Una donna di 81 anni a capo di Cosa Nostra a Gela

Il Sole 24 Ore

Era lei, un’anziana di 81 anni, a reggere le fila di Cosa nostra a Gela. Lei non era una qualsiasi, ma la mamma di Daniele Emmanuello, latitante per 15 anni e poi ucciso, in un conflitto a fuoco con la polizia, nel dicembre del 2007 in un casolare nelle campagne di Enna dove aveva trovato rifugio. Lei, la “Zia Calina” alias Calogera Pia Messina, impartiva gli ordini agli affiliati della cosca. I proventi delle estorsioni andavano consegnati alla “Signora” che poi si occupava della ripartizione delle somme. Questo lo scenario che emerge dall’operazione “Cerberus” condotta dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e dagli agenti del commissariato di Gela, coordinati dalla Dda di Caltanissetta e che ha portato all’esecuzione di dodici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti affiliati a Stidda e Cosa nostra di Gela.

Dall’inchiesta emerge il ruolo svolto dalle donne della famiglia Emmanuello, definite ” donne di mafia”. Calogera Pia Messina non gestiva tutto da sola, ma a controllare il territorio, accanto a lei c’era anche la nuora, Virginia Di Fede, moglie del boss. Virginia Di Fede, era balzata agli onori della cronaca nell’aprile del 2006, quando il sindaco di Gela Rosario Crocetta, la licenziò dalle liste del reddito minimo di inserimento. La moglie del boss, pur mantenendo un atteggiamento più prudente e defilato – sostengono gli inquirenti – sfruttava comunque l’appartenenza alla cosca incassando cospicue somme di denaro frutto dell’attività estorsiva. Era lei ad occuparsi della gestione ed organizzazione degli incontri tra il marito latitante e gli altri affiliati. La suocera invece mostrava un atteggiamento diffidente ed accorto nei confronti di chiunque, al punto che, ogni qual volta parlava di argomenti ritenuti potenzialmente utili per gli investigatori, assumeva un volume di voce bassissimo, tanto da non permetterne la comprensione. Gli inquirenti si sono inoltre concentrati sul tenore di vita della famiglia Emmanuello. I figli frequentavano palestre, scuole di danza, piscina e corsi di ippica. Il figlio Crocifisso frequentava la L.U.M.S.A di Roma e la figlia Kalina l’università di Piacenza. Disponevano inoltre di macchine di grossa cilindrata, bancomat e carte di credito.

A vegliare sulla famiglia, dopo la morte del boss, vi era Carmelo Billizzi. Era lui che controllava l’esito delle estorsioni. Verificava che tutto fosse a posto con i commercianti e gli imprenditori. Era lui a guidare Sandro Missuto, un imprenditore che nell’arco di pochi anni poteva contare su un fatturato di svariati milioni di euro. Magistrati e investigatori si erano concentrati proprio su Sandro Missuto perché dopo l’uccisione di Emmanuello, venne estratto dal suo esofago un bigliettino, che il capo di Cosa nostra aveva ingoiato prima di essere ammazzato, in cui c’era scritto “Sandro”. L’imprenditore gelese teneva i rapporti con la “Safab” di Roma, un’impresa la cui “messa a posto” in Sicilia veniva garantita da Missuto il quale in cambio riceveva lavori in Sicilia e nel resto dell’Italia. Ma dall’inchiesta “Cerberus” emerge ancora un altro filone. Oltre agli intrecci tra mafia ed economia, anche la presenza di alcuni politici compiacenti. E’ il caso di un ex consigliere provinciale di Caltanissetta, originario di Gela, oculista, che si era prodigato a consegnare una tranche di un’estorsione in cui era vittima il cognato che aveva un negozio di casalinghi e articoli da regalo. Un altro politico gelese, consigliere comunale, avvocato, si era invece rivolto al clan in quanto il fratello era stato aggredito da un affiliato a Cosa nostra. Chiedeva a “Zia Calina con tono ossequioso e riverente” che tali episodi non si ripetessero più. E lei, senza riferire quelle che erano le sue strategie, intervenne. Convocò nella sua abitazione un malavitoso di Gela, sempre disponibile al cospetto della donna, e gli chiese di risolvere il problema. «A Gela – ha sottolineato il procuratore aggiunto Domenico Gozzo – c’è chi rischia la propria in vita in nome della legalità, come fa il sindaco Rosario Crocetta e chi invece va controtendenza. E comunque l’inchiesta non è chiusa».

di Donata Calabrese

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