Elezioni Politiche 2008 – Una prima analisi

di Marco Ottanelli – DemocraziaLegalità

Tentiamo, a poche ore dalla chiusura delle urne, un primo approccio analitico a quanto è accaduto, non al perchè, ma al come gli italiani hanno distribuito il loro voto.

Per una analisi più approfondita e più scientificamente valida, ce ne rendiamo conto, sarebbe necessario valutare la scomposizione territoriale e l’influenza della rottura delle vecchie coalizioni Polo/Ulivo in modo più organico, ma, per adesso, riteniamo utile alla comprensione il comparare due grafici: quello delle percentuali riportate, e quello dei voti effettivi ricevuti dai partiti.

Le sorprese non mancano.

(nb: è stato difficile sommare e collocare voti e votanti in modo coerente: l’Udeur, quest’anno, dove si colloca? Rinnovamento Italiano, che c’era nel 2001, è sparito. E la Rosa nel Pugno si è sciolta…insomma, le percentuali totali possono essere un po’ scostate dal 100%, e i valori assoluti potrebbero essere lievemente diversi a secondo di cosa si include o esclude…ogni suggerimento e correzione è benvenuto)

Grafico delle percentuali di tutti i partiti (aggregati secondo le ultime ricomposizioni)

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Come si vede chiaramente, il PD (DS+ Margherita+ radicali) è sostanzialmente al palo. Non ha sfondato, non ha aperto alcuna nuova stagione, non ha attratto l’asse degli elettori, ma non ne ha neanche provocato la fuga altrove.

Oscilla, monotonamente , attorno al 33%, e, paradossalmente, ha inciso più oggi che ha perso le elezioni che nel 2006, quando le ha vinte, ove toccò il minimo.

Questo perchè le elezioni del 2006 son state vinte solo grazie alla crescita delle sinistre e al vituperato Porcellum, visto che il Mattarella avrebbe attribuito molti più seggi alla Lega anche al4% di allora.

Insomma, si può dire che il PD sia stato un fattore storico e determinante per i destini della coalizione di centrosinistra (rompendola) e che, in un regime sostanzialmente maggioritario, “andare da soli” vuol dire essere sconfitti, ma che, dal punto di vista della capacità di spostare l’asse del Paese a suo favore o a suo contro, ovvero, dal punto di vista della spendibilità elettorale generale, esso ha completamente fallito l’obiettivo.

Naturalmente, complici gli sbarramenti elettorali, la funzione politica del PD è divenuta improvvisamente enorme, essendo ormai l’unica vera forza di “minoranza” e “di sinistra” in Parlamento.

Il che significa avere un potere straordinario nelle commissioni, nella ripartizione degli incarichi, e assurgere miracolosamente al ruolo di “opposizione di sua maestà”.( come confermato dall’annuncio di Veltroni di dare vita a un governo ombra”che avrà un numero di ministri coincidente con quelli del governo e su ogni questione sarà protagonista di una dialettica”)

Un miracolo che si chiamato Porcellum, e che ha dato ai piddini una rendita inimmaginabile fino a poche settimane fa.

Perdere il meno possibile per ottenerel’impensabile.

Se è stata questa la strategia, allora il PD ha stravinto.

Il fenomeno IDV rimane percentualmente limitato, ma, in un buffo Paese come il nostro, anche un partito che non superi mai il 5% è decisivo. La capacità di recupero di Di Pietro è sicuramente dovuta alla convergenza di molti fattori (le sue scelte, la sua immagine, la fiducia raccolta tra delusi e critici dello stesso PD), ma, percentualmente, il ricollocarsi dei voti dell’ex Unione non sposta più di tanto la sostanza politica del suo partito, che, se le anticipazioni sono vere, dopo il bottino di eletti (grazie ai premi di maggioranza regionali), dovrebbe confluire nel PD stesso, annullando quindi le differenze che hanno fatto dell’IDV un elemento preferito da molti elettori.

Neanche il PDL (AN+FI) fa faville, nonostante la schiacciante vittoria.

I fasti del 2001 sono lontani, ma il miglioramento percentuale c’è, e vien da chiedersi da dove provenga, visto che PD e destre crescono anch’essi.

L’unica spiegazione è che abbia attratto una parte del voto moderato,“cristiano”, dall’UDC, dall’UDEUR, e da quelle leghe e leghette lombardo-venete che nel 2006 appoggiarono Prodi.

E non dimentichiamoci Dini e altri transfughi ex PD.

Ma si tratta di poca cosa, come vedremo in seguito.

La Lega diventa il terzo partito italiano.

Il suo peso percentuale nazionale non rende l’idea della suaimportanza locale nel nord (con forti sconfinamenti al centro).

Senza Lega, cioè senza un terzo del Paese, non si governa.

Dovrebbe bastare questo per capire che tutte le feffe sulla infedeltà o meno di Bossi son da ignorare completamente.

La Lega allarga la sua base coinvolgendo anche una parte di elettorato “non tradizionale”, proveniente – presumiamo- sia da AN che dall’area della Sinistra radicale.

La base operaia, dei lavoratori dipendenti, degli abitanti dei quartieri disagiati e del precariato potrebbero aver dato la loro preferenza a quella che, per alcuni, è una rozza forma di egoismo localista, ma che per altri è più un “parlar chiaro” e difendere interessi peculiari.

Alitalia-Malpensa, immigrazione, lo sfascio della monnezza al sud….tre esempi che possono aver spostato decine di migliaia di voti al nord anche tra i ceti popolari.

Persino qualche “antipolitico” potrebbe aver votato Bossi&Co.

La Sinistra Arcobaleno paga tanto a destra (verso il PD e l’IDV,la Lega, eanche verso il PDL, seppur in maniera limitata) quanto a sinistra (liste alternative, astensione).

Il crollo è uniforme, anche nelle regioni rosse e nelle provincie “comuniste”.

La fusione di due ex concorrenti (PRC e PdCI) con i Verdi si è dimostrata disastrosa, perchè forzatissima, palesemente volta al raggiungimento del quorum.

I tre avrebbero sicuramente fatto meglio a correre in una mini-coalizione piuttosto che ammassarsi in un non-partito.

Ma la sconfitta è pesantissima: quanto ha colpito la campagna per il voto utile? Quanto la disaffezione esistenziale? Quanto il peso della inutilità o delle contraddizioni di una politica poco aggressiva degli “scarti” del PD? In ogni modo, la diga è rotta.

Diga che invece regge, e regge bene, nell’UDC, fortemente penalizzato dalla legge elettorale, ma che non viene cannibalizzato dal Popolo delle Libertà e che anzi trova conferme nel sud ed in Sicilia (ahimè, Cuffaro!). Il calo c’è stato, ma meno di quanto Casini potesse temere.

Ovviamente questo comporta anche la fine del suo (presunto, presuntissimo) credersi il punto di riferimento della Chiesa, che ha maggiori e più solide sponde in PDL e PD.

Grafico dei voti assoluti di tutti i partiti (aggregati secondo le ultime ricomposizioni)

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Guardando i flussi di voto assoluti, ci rendiamo conto delle molte e spesso significative differenze. Infatti, i voti nudi e crudi, al contrario delle percentuali, sono influenzati da più fattori: l’affluenza alle urne e la relativa astensione, le schede bianche e nulle, la capacità di attrarre o meno (l’appeal) dei singoli partiti.

La prima cosa che salta all’occhio è che il PD ha perso elettori sia nei confronti del 2001 che del 2006. Anzi, rispetto a due anni fa, c’è stato un piccolo smottamento.

Molti cittadini che avevano votato Ulivo, hanno deciso di non farlo più e di dirottare altrove la loro preferenza, o di astenersi.

Questo a prescindere da qualunque quota di cittadini il PD abbia potuto attrarre ex novo, perchè la somma è nettamente negativa.

I commentatori e i trionfalisti piddini dovrebbero riflettere profondamente su questo risultato, e valutare se e quanto sia valsa la pena distruggere l’Unione per “andare da soli”, mettendo assieme radicali e teocons, liberisti e operai, collusi e condannati, onesti e noti legalitari e finendo anzitempo da Palazzo Chigi all’opposizione.

L’unico riscontro possibile alla convenienza di tale operazione è nella valutazione della opportunità ghiottissima offerta dal tanto odiato Porcellum (come già detto) che, anche con meno voti della volta passata, ha permesso ai riformisti di accaparrarsi il 100% di quella che una volta era una l’alleanza di centrosinistra. Una sorta di “guerra civile” che ha distrutto i concorrenti interni, al costo (valutato? Previsto? Voluto?) di rimandare Berlusconi al governo per i prossimi 5 anni. Se così non fosse, attendiamo un mea-culpa e dimissioni in massa nel PD, che ha perso le elezioni, ha perso cioè elettori, in modo cocente. Se non arriveranno, avremo ragione noi.

Anche il PDL, che ha vinto, non ha riconvinto tutti coloro che gli avevano dato fiducia nel 2006! Lo scarto è minimo, ma indicativo.

E sarà utile, in seguito, analizzare regione per regione come sono andate le cose.

Ma la sensazione è che AN abbia ceduto un po’ alla Lega, e che al Sud ci sia stata più dispersione (c’era anche l’MPA).

Indubbiamente alcuni voti sono finiti alle varie destre, e anche qua chi più ci ha rimesso deve essere stata AN.

Il recupero parziale è probabilmente ai danni di Udc e di una parte di ex elettori del centrosinistra, delusissimi da Prodi.

Comunque, un’altra illusione bipolarista ferma al palo.

In termini assoluti, sia la vittoria dell’IDV che la sconfitta dell’UDC appaiono lievemente più sfumate rispetto alle percentuali.

Insomma, terremoti sì, ma di basso grado. Di Pietro trova un nuovo appeal e si conferma, ma non è certo una valanga di popolo. E’ un piccolo patrimonio, che pare occasionale, tutto da consolidare.

La affermazione della Lega si conferma anche in assoluto:e i voti da Emilia, Marche, Toscana servono a far massa.

Drammatico è il salasso della sinistra arcobaleno, un vero svuotamento che lascia i tre partitipari a simulacri simbolici, indubbiamente (con i voti assoluti lo si nota ancor più nettamente) colpiti dall’astensionismo.

Coloro che, nel 2006, portando l’affluenza a livelli massimi, avevano votato sinistra, quest’anno han pensato bene di non replicare, determinando in un colpo solo il calo dei votanti e il crollo della SA. Sicuramente si dimostra la totale vacuità della scissione mussiana – in parte riversatisi nel PSI con Angius e Grillini- che ha probabilmente scoraggiato anziché favorito il voto all’arcobaleno.

Qualche votarello si è spostato su Turigliatto, Rossi e Ferrando, dando la mazzata finale.

E, come spiegato più sopra, mentre i ceti popolari del nord, dopo anni di frustrazioni hanno guardato alla Lega, al centro la sirena del voto utile ha fatto effetto su molti.

In conclusione, l’elettorato italiano non si è spostato di molto. Anzi, conferma il suo tradizionale immobilismo. Quel che cambia, e che determina vittorie e sconfitte anche clamorose, è il gioco delle sigle, dei simboli, le alchimie partitiche di vertice, il collocarsi e ricollocarsi delle stesse facce di sempre alla luce della legge elettorale di turno, dando illusioni di cambiamenti epocali laddove si concretizzano solo parziali aggiustamenti e limature.

Il parlamento che esce da questa tornata elettorale conferma una Italia conservatrice, spaventata, timida, senza nessuna voglia di cambiare, ma con il solito atavico desiderio di dare una mano di calce al muro pericolante di una stagnazione culturale e civile sempre meno europea.

 

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