Per grazia dovuta

di Daniela Gaudenzi – DemocraziaLegalità

Bruno Contrada viene indicato fin dall’arresto nel ‘92 come collegamento tra stato e mafia, questo è confermato da molti pentiti attendibili e da molte personalità dell’antimafia: dai colleghi di Falcone, da Carla Del Ponte, Caponnetto, Almerighi, Ayala, Vito D’Ambrosio, la vedova Cassarà.

Tutti, pentiti e testimoni, hanno confermato che passava informazioni a Cosa Nostra, che incontrava personalmente boss, così come dalle sentenze emerge che copriva latitanze “eccellenti”, che divulgava segreti di indagine in cambio di favori, che concedeva patenti ai capi mafia, che si è avvalso di testimonianze di falsi testimoni per scagionarsi…. Non si fidavano di lui né Falcone, né Borsellino, né Caponnetto, né Boris Giuliano, la cui fine è nota… Si fidava ancor meno di lui il questore di Palermo, che, come è riportato su Repubblica di qualche giorno fa, mentre mobilita i suoi uomini per una retata mafiosa ai più alti livelli, convoca d’urgenza il capo della mobile e della Criminalpol nonché numero tre del Sisde all’Ucciardone, con la scusa di una grave sommossa e lo trattiene insieme ai suoi più stretti collaboratori per tutto il tempo dell’operazione.

Inoltre ci sono i famosi 80 secondi di Via D’Amelio che non tornano secondo la super dettagliata ricostruzione di Gioacchino Genchi, consulente tecnico del processo sulle stragi, nonché perito di De Magistris per Why Not e Toghe Lucane (rimosso ovviamente dall’incarico): e cioè in 80 secondi accadono troppo cose e soprattutto risulta inspiegabile come a pochi secondi dall’esplosione, Contrada in barca potesse sapere da una telefonata non identificabile dai tabulati, che si trattava di un attentato mentre le prime volanti arrivano sul luogo dopo 10-15 minuti.

Bruno Contrada è stato condannato con sentenza definitiva a dieci anni per concorso esterno alla mafia da appena sette mesi e calcolando anche la custodia cautelare ha trascorso in carcere poco più di due anni; si è dichiarato e continua a dichiararsi totalmente innocente, vittima di un complotto giudiziario e ha definito, senza mai modificare toni e contenuti, i suoi giudici asserviti ad “un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d’accordo”.

Ma non basta questa ricostruzione per spiegare quale sia l’assurdità, la confusione, la contraddittorietà della campagna “garantista”, “umanitaria” e/o “innocentista” montata non da ieri, ma in questi giorni al suo apice di incredibile tragicommedia, dall’interessato, dal suo difensore e dal nutrito e trasversale stuolo di denigratori dell’antimafia “alla Caselli” che ha tra i suoi fiori all’occhiello personaggi della levatura di Lino Jannuzzi, Margherita Boniver, Giuliano Ferrara, Emanuele Maccaluso.

Questi signori dalle pagine parallele del Riformista e del Foglio derubricano a reato bagatellare il concorso esterno in associazione mafiosa, altrimenti definito una “invenzione giurisprudenziale”,tacciano di finalità politiche i magistrati che non indagano solo sulla manovalanza mafiosa e definiscono “sconcertanti” i parenti delle vittime che si permettono di ricordare la natura giuridica della grazia.

Nel caso di Bruno Contrada, la grazia che è uno strumento eccezionale ed individuale di clemenza di spettanza della presidenza della Repubblica, è stata sollecitata dal suo difensore che ricorda come, secondo un’interpretazione prevalente “possa essere concessa anche in assenza di domanda o proposta” e su tale presupposto aggiunge “la prego di valutare la possibilità di un intervento sua sponte”. Intanto Bruno Contrada dalle pagine dei giornali continua a rigettare qualsiasi responsabilità, a delegittimare i suoi giudici, a denunciare “la tortura” di un carcere che lo starebbe conducendo alla morte, a pretendere di tornarsene libero a casa sua, ma al contempo non firma nessuna domanda di grazia perché tale gesto presupporrebbe il riconoscimento della sua colpevolezza.

Mentre denuncia che il carcere lo sta uccidendo e che le sua condizioni di salute non sono compatibili con il regime carcerario, Bruno Contrada con un imprevedibile coup de théatredopo meno di 24 ore firma per lasciare l’ospedale Cardarelli dove era ricoverato per accertamenti e rientra in carcere; il suo difensore dichiara “so che per il differimento della pena procede la magistratura…ma volevo accelerare..”.Difficilmente si potevano immaginare tempi più veloci: il giudice di sorveglianza aveva già fissato l’udienza per valutare sulla base delle condizioni di salute la possibilità di rinviare l’esecuzione della pena, per il 10 di gennaio.

Come ha sottolineato Antonino Ingroia che ha sostenuto l’accusa nel processo a carico di Bruno Contrada e come risulta di immediata comprensione anche ai non giuristi, una cosa è il rinvio dell’esecuzione della pena ed eventualmente anche la detenzione domiciliare per comprovati motivi di salute, decisione che spetta al tribunale di sorveglianza; altra cosa è la strada della riapertura del processo con il procedimento di revisione sulla base di rilevanti elementi di non colpevolezza, che però devono esistere. Dunque se ci sono, l’avvocato Giuseppe Lipera così attivo nell’estendere al capo dello Stato la lettera “implorazione-supplica” e nel fare dichiarazioni ai giornali non ha, come ha detto Ingroia, che da tirarli fuori.

E allora se esistono sia gli strumenti (straordinari) per dimostrare nonostante la sentenza definitiva, la non colpevolezza del condannato, sia la possibilità attraverso la magistratura che si è attivata immediatamente, per la detenzione differita o domiciliare, perché sollecitare la misura “eccezionale” e inopportuna della grazia?

Già, perché richiedere la grazia ad appena sette mesi dalla condanna per un reato così devastante nei confronti della Stato e della collettività e perché questa sbalorditiva sollecitudine sia da parte del presidente della Repubblica che del ministro della Giustizia? In effetti a pochi giorni dall’insediamento, durante una visita a Regina Coeli, il sempre sincero Clemente aveva profeticamente e programmaticamente dichiarato di sentirsi più ministro dei carcerati che dei magistrati.

 

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