La denuncia di Christian Abbondanza: “A Genova si paga il pizzo”

Gazzetta del Lunedì

La denuncia di Christian Abbondanza
“A Genova si paga il pizzo”

di Andrea Ferro

“Siamo aggrediti dai mafiosi, aiutateci”. Foglio bianco, pennarello nero, caratteri cubitali. Giovedì scorso il “tazebao” era appiccicato sul vetro di un negozio di articoli da regalo e merce varia nel cuore di San Martino. Storia nebulosa e complicata, la polizia indaga. Racket o mania di persecuzione? Il dubbio resta appeso. Nel frattempo l’episodio dell’altra mattina ne innesca un altro: più ingombrante. E cioè: a Genova i commercianti pagano il pizzo? Salvo episodi delimitati e non configurabili sotto il profilo giudiziario all’interno di un fenomeno vero e proprio, fino a oggi in ambienti investigativi questa ipotesi viene minimizzata se non addirittura esclusa. Perché, si spiega, non ci sono denunce. Ma basta questo per stare tranquilli?

Christian Abbondanza, animatore dell’unica realtà anti-mafia di Genova, il “Centro della Legalità e delle Culture”, di via Piombelli, a Rivarolo, non ha dubbi: “In alcuni quartieri di Genova i commercianti pagano il pizzo. Dagli anni settanta”.

Dove?
“Soprattutto a Certosa e Rivarolo dove alcune “famiglie” sono radicate. Ma anche nel Centro Storico, a Pegli, a Sestri Ponente, a Principe”.

E lei come fa a saperlo?
“Perché c’è gente che si rivolge a noi e ci dice queste cose. E poi ci può arrivare anche Lei. Vada a Certosa e ci faccia un giro per i negozi. Vedrà che in alcune parti del quartiere i prezzi di tutti i prodotti sono un po’ più alti rispetto alla zona. E lì che i commercianti pagano la tassa “aggiuntiva””.

Ma quanto si paga?
“Non molto. Cento, duecento euro al mese. Ma il prezzo è variabile. Perché gli esattori sanno sempre quando e a chi rivolgersi. Per esempio se un commerciante è in difficoltà possono addirittura “graziarlo” per un po’. Perché le “famiglie” genovesi non usano il pizzo per arricchirsi”.

Ma è sempre denaro…
“D’accordo. Ma quello che gli interessa di più è esercitare attraverso il pizzo il controllo del territorio. Cioè avere la sicurezza che se succede qualcosa il commerciante o il barista non chiama la Polizia ma si rivolge direttamente a loro. In alcuni casi poi il pizzo vero e proprio non è la cessione di denaro ma l’accettazione di altre condizioni. Per esempio la vendita di certa merce, di dubbia provenienza o di scarsa qualità. O per quanto riguarda i titolari di locali pubblici l’installazione di “certi” videopoker”.

E se il commerciante non cede?
“Difficilmente passano alle intimidazioni forti. Sanno che un attentato incendiario potrebbe rivelarsi una mossa controproducente: i giornali scrivono, qualcuno deve indagare. E allora giocano al boicottaggio soprattutto dove la loro presenza è più forte. Cioè svuotano il negozio di clienti indicendoli con un passa-parola a non comprare più lì”.

Mafia, ‘Ndrangheta, Camorra?
“Indubbiamente i più ramificati sono restano i calabresi. Usano metodi più fini: usura, salotti buoni, attività di copertura eccellenti. Ma anche i siciliani continuano a giocare la loro parte. Per esempio con il “caporalato”. Il reclutamento avviene in più bar controllati dalla mafie”.

Ma lei è l’unico in città a parlare di queste cose?
“Non proprio. Adesso c’è anche un pentito che sta raccontando degli intrecci genovesi. Se ne occupa direttamente il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso”.

E gli inquirenti genovese?
“Polizia e Carabinieri hanno di fatto abbandonato il controllo del territorio. Per esempio in Valpolcevera. Al Commissariato di Cornigliano (competente sul territorio) è rimasta una sola volante. I Carabinieri delle stazioni sono pochissimi. E quelli che restano in servizio alla fine non fanno altro che rimanere in ufficio per ricevere le denunce. La Dia lavora, in grande silenzio”.

Ma è vero che la Casa della Legalità sta chiudendo?
“No, resistiamo, siamo in causa con l’Arci e la Società di Mutuo Soccorso”.

Perché non vi vogliono?
“Per una questione sostanzialmente politica. L’Arci sostiene che la nostra attività è inutile. Perché, sostengono, a Genova la mafia non esiste”.

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Vedi anche:

Il Secolo XIX – 23.12.2005
IL FENOMENO
Una cinquantina di negozi in Valpolcevera sarebbero ostaggi di sottili intimidazioni della ‘ndrangheta
“Non paghi il “pizzo”? Perdi i clienti”
La mala minaccia cattiva pubblicità ai commercianti nel mirino. La Dia genovese indaga

27.11.2005
SUL RACKET DEL ‘PIZZO’ E ALTRE ATTIVITA’ DELLE MAFIE A GENOVA
Da quanto abbiamo appreso dalle segnalazioni giunteci, in forma confidenziale da esercenti e cittadini impegnati socialmente in diversi settori, risulta che il fenomeno del ‘pizzo’ coinvolge, a seconda delle zone, tutte le organizzazioni criminali Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra.

 

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