Sparatoria durante la cattura. Muore il boss mafioso Emmanuello

la Repubblica

L’uomo era in un casolare nelle campagne di Enna. Ha cercato di fuggire
Un colpo lo ha raggiunto alla nuca. La polizia: “Abbiamo sparato in aria”
Sparatoria durante la cattura
Muore il boss mafioso Emmanuello
Era inserito nella lista dei 10 ricercati più pericolosi del ministero degli Interni
Il sindaco di Gela aveva licenziato la moglie: “Se la vedrà con Dio”

ENNA – Ucciso dalla polizia il boss latitante di Gela, Daniele Emmanuello. L’uomo, 43 anni, ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi, è morto stamane per un colpo di pistola sparato da uno degli agenti che stavano cercando di catturarlo in un casolare nelle campagne dell’ennese, nel quale si era rifugiato. Il boss, mentre cercava di fuggire, è stato raggiunto da un proiettile che lo ha colpito alla nuca.

Gli inquirenti sottolineano che i colpi d’arma da fuoco, 7 in tutto, sono stati sparati “in aria”, e solo dopo avere intimato più volte all’uomo ‘fermo, polizia’. Emmanuello, però, con il pigiama ancora addosso ha scavalcato la finestra tentando di fuggire. “A questo punto – dicono gli investigatori – i poliziotti hanno sparato in aria”. Ma uno dei proiettili ha colpito mortalmente il boss mafioso alla nuca, come confermato da un primo esame medico legale.

Sono in corso adesso gli accertamenti per verificare l’accaduto. “Gli agenti della squadra mobile di Caltanissetta sono riusciti nel loro compito di individuare il covo del latitante nel tentativo di arrestarlo. Per il resto, su quanto accaduto, si dovranno accertare i fatti per fare piena luce sulla vicenda”. è stato il commento del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso.

Emmanuello era inserito nella lista dei 10 ricercati più pericolosi del ministero degli Interni. La sua latitanza era iniziata dopo la cattura dei reggenti dell’epoca, ed era coincisa con la sua ascesa ai vertici di Cosa Nostra in provincia di Caltanissetta. Con i suoi fratelli, Nunzio, Davide e Alessandro, tutti attualmente in carcere, aveva infatti costruito uno dei clan più potenti e organizzati della Sicilia sud-orientale, tanto da avere rapporti diretti con i principali capimafia di Catania e Palermo.

Un boss di primo piano, secondo gli investigatori di polizia e carabinieri che gli davano la caccia da 11 anni e che già in un’occasione, ad inizio del 2007, erano riusciti ad arrivare vicini alla sua cattura, sempre nelle campagne ennesi. Emmanuello era stato anche accusato di essere uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio dodicenne del pentito Santino Di Matteo, strangolato e poi gettato nell’acido nel gennaio 1996.

La moglie del boss nel 2006 venne licenziata dal sindaco di Gela, Rosario Crocetta, dal Comune, dove lavorava come precaria. La donna, Virginia Di Fede, 42 anni, lavorava, in quanto ‘nullatenente’, nel gruppo dei 165 precari del ‘Reddito minimo di inserimento’ alle dipendenze del comune di Gela. Il sindaco aveva anche adottato provvedimenti disciplinari nei confronti di alcuni dirigenti.

La donna era stata assegnata al servizio di assistenza domiciliare agli anziani, ma era stata trasferita a lavori d’ufficio presso l’assessorato all’ecologia, grazie a un certificato medico che attestava l’inabilità a quel tipo di lavoro a causa di dolori articolari a un braccio. Il padre della donna, Francesco Di Fede, 77 anni, si era scagliato contro Crocetta, invitando a non votare per lui. “Adesso se la vedrà con Dio ma mi sarebbe piaciuto che avesse reso conto del suo operato alla giustizia degli uomini”, ha commentato Crocetta, quando ha saputo della morte di Emmanuello.

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