Avvenire
Il vicecapo vicario della Polizia, fino a poche settimane fa superprefetto a Reggio, aveva segnalato già in giugno la possibile riapertura della faida di San Luca.
«Confermati gli interessi internazionali e la vocazione sanguinaria»
Stato e Calabria De Sena: «Deve tornare più credibile delle cosche»
di Antonio Maria Mira
Il vicecapo vicario della Polizia, fino a poche settimane fa superprefetto a Reggio, aveva segnalato già in giugno la possibile riapertura della faida di San Luca. «Confermati gli interessi internazionali e la vocazione sanguinaria» Stato e Calabria De Sena: «Deve tornare più credibile delle cosche» Di Antonio Maria Mira Un’organizzazione «in costante equilibrio precario», con «le faide e le guerre di mafia sempre pronte a scoppiare» tra «le 133 “famiglie” attualmente presenti sul territorio regionale». E anche per questo «impermeabile e impenetrabile». Così descrive la ‘ndrangheta Luigi De Sena, fino a poche settimane fa “superprefetto” di Reggio Calabria, inviato a coordinare l’attività di contrasto (e non solo) subito dopo il delitto Fortugno, e oggi vice capo vicario della Polizia. I sanguinosi fatti di Duisburg per certi versi non sono, dunque, una sorpresa. Lo è la modalità. «A giugno, davanti alla commissione Antimafia avevo detto che c’erano importanti segnali per una riapertura sanguinosa della faida di San Luca. Il fatto spettacolare e inconsueto è che si è spostata all’estero. Questo però conferma i fortissimi interessi internazionali dellamafia calabrese e anche la sua caratteristica sanguinaria, perfino in territori a lei non congeniali». Delitto di faida, dunque, legato alla contrapposizionetra “famiglie”, ma «gli ingentissimi interessi economici in ballo fanno aumentare le reazioni all’ennesima potenza». Infatti, «oggi la ‘ndrangheta è sicuramente la più potente organizzazione criminale». Una potenza quantificabile. Le cosche calabresi«hanno in mano un terzo del traffico internazionale di droga». E questo «produce un cash notevolissimo che li mette in condizione di poter intervenire in una serie di opere, ovviamente ben mimetizzate, in Italia e all’estero».
Le forze di polizia – spiega ancora De Sena – negli ultimi sei anni hanno sottratto ben sette tonnellate di cocaina alla ‘ndrangheta. E qusto è solo il sequestrato. Un dato che serve a capire quanto vale davvero la mafia calabrese. Che ritroviamo non solo sul territorio nazionale, ma anche internazionale. La ritroviamo nel porto di Gioia Tauro come momento significativo dello sviluppo della Calabria, ma anche a Roma, a Milano, a Genova, in Germania….
‘Ndrangheta potentissima e crudele, prefetto. Ma non impossibile da sconfiggere.
Sicuramente, purché con un’azione di sistema: attraverso una puntualissima attività di contrasto da parte dei magistrati e delle forze di polizia, che per la verità è incessante; attraverso una migliore attività di prevenzione generale che non è solo delle forze di polizia; con l’impegno di tutto il contesto burocratico, amministrativo, politico territoriale che vada nella stesa direzione. Contrasto, prevenzione, rivoluzione culturale devono operare in maniera concertata, condivisa e monitorata, oserei dire “rendicontata” costantemente.
Preoccupato…
Certo, anche se a volte la quiete spaventa più dell’effervescenza. Perché dietro ci sono accordi non solo di tipo mafioso.
Come intervenire?
In Calabria la credibilità e la garanzia di sicurezza del sistema mafioso è in contrapposizione a quella statale. Invece, bisogna migliorare e enfatizzare il ruolo dello Stato.
Lei dice spesso che in questi due anni siete riusciti a ottenere mezzo punto di credibilità in più nei confronti della pubblica amministrazione. Non è poco?
Forse in termini di quantità può non significare niente, ma in termini di qualità può avere un valore esponenziale. È questo il percorso che abbiamo tracciato. Era impensabile fare di più. In alcuni settori per cambiare ci vorranno varie generazioni, soprattutto sotto l’aspetto della sottocultura mafiosa. Ma credo che in questi due anni, insieme ai calabresi – ovviamente non io da solo – siamo riusciti a fare molto. La situazione è chiaramente negativa, ma emerge anche un grande messaggio di positività.
Ha fatto riferimento all’infiltrazione della ‘ndrangheta nel sistema economico. Come combatterla?
La pressione dell’infiltrazione mafiosa è evidente e poderosa, anche se le forze dell’ordine la combattono con notevoli successi. Ma quello che mi lascia perplessoè l’effetto in termini di comunicazione. Tutti dicono che bisogna fare più sequestri di patrimoni. Bene. A luglio, a Reggio Calabria sono stati sequestrati beni per un valore di oltre 200 milioni di euro: immobili e aziende. Un’operazione colossale. Ma non se ne parla. Non fanno notizia i sequestri, fa notizia quando non si fanno. Proprio un paradosso.
Su cosa lo Stato dovrebbe investire di più?
Sulla tutela dei testimoni di giustizia. Non dobbiamo dimenticare che questi, nel giro di poche ore, si vedono sconvolta la propria esistenza personale, familiare e professionale. Qui il sistema deve riorientarsi, riadeguarsi. Il testimone di giustizia non può essere assolutamente lasciato solo. Non può percepire momenti di insicurezza, un disinteresse da parte dell’apparato statale. Quindi bisogna curarlo con molta attenzione, perché facendo questo si crea ulteriore credibilità e perché il testimone davvero scardina un sistema nel quale, per il forte ruolo delle famiglie, il pentitismo è molto scarso. Specialmente il testimone qualificato, l’imprenditore che conosce i meccanismi non solo della sua azienda, ma anche del contesto economico generale.
Ma in Calabria a che punto siamo con le denunce?
Quasi a zero. Qualche sintomo positivo lo abbiamo eppure bisogna sollecitarlo ulteriormente. Ma questo, lo ripeto, è possibile soltanto presentandosi come sistema credibile e autorevole. Ci sono imprenditori che possono ritenere più favorevole la collusione. E questo è un dato negativo. Ma ci sono altri imprenditori, specialmente quelli con tradizioni familiari, che dopo aver subito danni notevoli, pensano che non è più il caso di stare in Calabria. Ed è invece su questi che bisogna fare pieno affidamento.
Alcune volte lo Stato si è mosso molto rapidamente, sostenendo imprenditori che si erano ribellati al sistema mafioso. Ma attorno la società sembra non esserci.
Perché la gente ancora non ci crede. Lo sforzo deve essere molto più forte. Il cittadino meridionale è disincantato. Per fare una rivoluzione culturale serve una rivoluzione di sistema. Quello che più mi ha amareggiato è quando alcuni imprenditori sono venuti a chiedermi la “libertà di lavorare”. L’apparato pubblico deve assicurare la libertà d’impresa. Non la mera tutela del cantiere, ma la tutela fisica, personale e familiare. È questa l’operazione che bisogna fare, ed è un’operazione che investe tutti i settori del contrasto e della prevenzione, e ovviamente il mondo socio-economico e culturale.
Il rapporto mafia politica?
L’infiltrazione mafiosa nei gangli della politica è una costante. Basta vedere alcune realtà. Io non potevo che sciogliere il consiglio comunale di Platì o la Asl di Locri. Ma lo scioglimento non basta. Infatti abbiamo indicato al Parlamento quali sono le anomalie da correggere al più presto. Perché noi sciogliamo un consiglio comunale, si installa la commissione straordinaria, opera bene e diventa una primavera per la collettività, ma poi una volta che è andata via dobbiamo registrare che si ripristina lo status quo ante.
Segnali di speranza?
Soprattutto dai giovani, che però non devono essere strumentalizzati. Si è poi creato un movimento culturale, di disponibilità, che prima non c’era. La Calabria è considerata un territorio con tante “famiglie”, ma senza comunità. Se si viene mano a mano ad abbattere questo individualismo, la Calabria ha delle risorse, delle potenzialità e delle capacità enormi.