Qualcosa su Mazreku, Jolly Rosso ed omicidio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

da l’Espresso on line
alcuni articoli integrali che parlano del Mazreku e altri ampi stralci dell’inchiesta giornalistica

21 gennaio 2005
Omicidio Alpi: la pista radioattiva

di Riccardo Bocca

Dall’inchiesta sullo spiaggiamento della motonave “Rosso”, una nuova ipotesi sull’assassinio della giornalista del Tg3. Un’esclusiva de “L’espresso”

E’ una sequenza sconcertante. Si parte dalle rivelazioni sulla morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin. Si passa ai rapporti tra grandi trafficanti d’armi e la ‘ndrangheta. Si continua con lo spionaggio militare e la costruzione di telemine usate dagli argentini nelle isole Falkland. E ancora: si parla del piano per corrompere funzionari e parlamentari europei. Si torna a fare il nome del gran maestro Licio Gelli. Fino all’ultima, grave, novità: il ritrovamento in una discarica abusiva sulle colline calabresi di diossina e altre sostanze tossiche.

Tutto questo, e altro ancora, sta emergendo dalle indagini e le audizioni relative al caso della motonave Rosso, spiaggiata nel dicembre del 1990 a Formiciche, in provincia di Cosenza. Per 14 anni si è sospettato che l’imbarcazione dell’armatore Ignazio Messina trasportasse rifiuti nocivi o radioattivi, e che lo spiaggiamento fosse stato un fuori programma dopo il tentativo non riuscito di affondare la nave. Su questa ipotesi ha lavorato la Procura di Reggio Calabria, stoppata nel 2000 dall’archiviazione e dalla morte sospetta del capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave dei magistrati. Ora i faldoni sono passati alla Procura di Paola, la quale lavora su due capi d’accusa: l’affondamento doloso e lo smaltimento di rifiuti nocivi.

Ancora tre mesi, assicura il sostituto procuratore Francesco Greco, e l’inchiesta sarà chiusa. Nel frattempo sono in molti ad aspettare col fiato sospeso. Gli investigatori inseriscono infatti la vicenda della Rosso in un più ampio scenario ambientato tra gli anni Ottanta e Novanta, quando 47 navi affondarono misteriosamente nel Mediterraneo. La stragrande maggioranza degli indizi in possesso degli inquirenti fa pensare che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti pericolosi, e che il traffico internazionale avesse come protagonisti industriali e politici, mafiosi e trafficanti d’armi. Un’ipotesi di gravità assoluta, anche per le coperture che una simile attività richiedeva. Come altrettanto gravi sono i sospetti che da sempre pesano sull’ingegner Giorgio Comerio, il faccendiere lombardo che in quel periodo propose a vari governi un singolare sistema per smaltire la pattumiera radioattiva: stiparla in missili-penetratori e spararla sotto i fondali marini.

Di tutto ciò si sta occupando, oltre che la magistratura, la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta dal deputato di Forza Italia Paolo Russo, tra i primi a lanciare l’allarme nazionale. E proprio la sua Commissione ha convocato a Cosenza il 18 e il 19 novembre scorsi alcuni personaggi fondamentali della vicenda. Carabinieri, magistrati, esperti di radioattività, ufficiali delle capitanerie di porto, ambientalisti, testimoni oculari. Ciascuno ha raccontato nel corso di audizioni riservate o del tutto segretate particolari clamorosi e sconosciuti. Un impressionante quadro d’insieme che ‘L’espresso’ propone in queste pagine, partendo dal cosiddetto business delle ‘navi a perdere’ fino ai giorni nostri.

Per cogliere l’importanza del caso Rosso bisogna infatti tornare a 17 anni fa, quando al largo di Capo Spartivento, davanti a Reggio Calabria, affonda la nave Rigel. Gli inquirenti sospettano che trasportasse scorie radioattive, e le stranezze non mancano. “L’imbarcazione”, dice Angelo Barillà di Legambiente alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, “affondò con il mare liscio come l’olio, senza nemmeno lanciare il mayday”. “Dopodiché”, continua il maresciallo dei carabinieri Domenico Scimone, “l’equipaggio fu tratto in salvo dalla nave Karpen, proveniente dalla Jugoslavia, e condotto in Tunisia, dove sparì dalla circolazione. A quel punto la Procura di La Spezia spiccò un ordine di cattura internazionale nei confronti del comandante, il quale aveva dichiarato l’affondamento con coordinate non veritiere”, ma inutilmente.

Per la cronaca, il relitto della Rigel non è più stato individuato. In compenso è diventato il simbolo della stagione in cui le navi colavano a picco una dopo l’altra nel Mediterraneo. E soprattutto è stato l’elemento che ha permesso agli investigatori di intercettare il faccendiere Giorgio Comerio, titolare della società Oceanic disposal management (O.d.m.) e dell’omonimo progetto per sparare missili zeppi di scorie dentro i fondali marini. “Durante la perquisizione nella sua casa di Garlasco”, ricorda l’ex titolare dell’indagine Francesco Neri (oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello di Reggio Calabria), “ho trovato un’agenda con l’appunto ‘Lost the ship’ al giorno 21 settembre 1987: proprio quando la Rigel è affondata (…). Ecco come mi sono agganciato al Comerio: con questa annotazione sull’agenda e con la constatazione dell’International maritime organization che quel giorno nel mondo era affondata soltanto quella nave”.

Da lì in avanti la figura di Comerio è diventata un punto fisso nell’inchiesta di Neri. Un nome che rispuntava sempre: quando si studiavano i traffici di rifiuti nucleari, quando si passava a quelli di armi, quando si indagavano le relazioni con la malavita o i più incredibili segreti militari. “Il giorno che lo interrogai (sulle scorie radioattive, ndr)”, racconta Neri, “mi disse: questi rifiuti non si possono buttare nell’atmosfera con gli Shuttle perché esplodono. È pericoloso interrarli perché i gas che si sprigionano coi terremoti possono provocare catastrofi ancora peggiori. Quindi l’unico posto è il mare. Ha continuato dicendo che lui li gettava con boe oceaniche di rilevamento e coi satelliti che controllavano il sito. Affermava di aver scelto, tutto sommato, il modo meno criminale di di sfarsene. Questa fu la sua difesa…”.

Una tesi che non convinse il sostituto Neri. Una copia del piano O.d.m. di Comerio era stato infatti trovato sulla plancia della motonave Rosso dopo il suo spiaggiamento. E c’era dell’altro: “A Garlasco”, ricorda Neri, “ho sequestrato le telemine, i progetti di telemine e le loro fotografie. Credo sappiate benissimo”, prosegue rivolgendosi alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, “che le telemine sono state costruite per affondare i tre incrociatori della marina militare inglese nella battaglia delle Falkland. Tant’è vero che poi, quando scoprirono che Comerio era al servizio del nemico e costruiva le telemine a Malta, tra gli inglesi stessi, fu espulso (dall’isola, ndr). Lo stesso Sismi rimase spiazzato dagli elementi probatori che acquisimmo durante le perquisizioni, perché Comerio veniva ritenuto un truffatore, un ‘acchiappafarfalle’, mentre invece, come abbiamo scoperto poi, godeva di copertura ad altissimo livello. Ad esempio ha sottratto (lo studio per l’affondamento dei siluri con le scorie radioattive, ndr) a Ispra, quindi all’Euratom … Non so se qualcuno di voi (deputati, ndr) abbia il permesso di andare ad Ispra, ma credo di no. Penso che neanche i parlamentari italiani possano entrare lì come ci entrava Comerio… Fatto sta che lui sottrae questo progetto, comincia con l’O.d.m. e si contorna di tutti i grandi trafficanti d’armi – parliamo di Gabriele Molaschi, Jack Mazreku e via dicendo. Se ne va in Guinea Conakri e stipula un contratto; se ne va in Somalia e ne stipula un altro con Ali Mahdi. Praticamente i signori della guerra all’epoca operavano in Somalia, dove c’erano due fazioni, e lui si alleò con Ali Mahdi. Ci sono anche fax con i responsabili della Somalia…”.

In questo clima, spiegano lo stesso Neri e il maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, scatta il nesso tra il traffico d’armi, quello delle scorie radioattive e la morte di Ilaria Alpi. Un tragico incrocio che parte da lontano. “Comerio”, racconta Moschitta, “aveva progettato di affondare in mare le scorie radioattive, ma prima di fare questa attività doveva ottenere alcune licenze dal Parlamento europeo. Per riuscirci aveva redatto – sono atti e documenti che abbiamo trovato – un progetto di corruzione di membri e funzionari del Parlamento europeo. Una volta ottenuti questi permessi si sentiva autorizzato a inabissare in mare tutto quello che gli capitava. Il suo”, dice Moschitta, “non era uno scherzo. Abbiamo trovato progetti di inabissamento riguardanti quasi tutte le coste dell’Africa. Era interessato a tutti i Paesi, ma in modo particolare a quelli dove la situazione politica era instabile, perché secondo lui l’instabilità del governo consentiva di corrompere i vari funzionari e gli stessi presidenti. Proprio come nel caso della Somalia”.

Qui, testimonia il maresciallo Moschitta, “Comerio aveva corrotto Ali Mahdi, riuscendo così a ottenere le autorizzazioni per inabissare le sue scorie. Ricordo che un giorno, mentre svolgevamo questo tipo di accertamento, ci pervenne una comunicazione da Greenpeace di Londra nella quale si diceva che al largo della Somalia, nella zona di Bosaso, c’era una nave che inabissava in mare dei fusti. Quelle indicazioni, da noi riscontrate, erano identiche a quanto contenuto nel progetto O.d.m. di Giorgio Comerio”. “Certo non potevo fare una rogatoria con Ali Mahdi”, dice alla Commissione il sostituto Neri, “cioè andare in Somalia e farmi uccidere come hanno fatto con Ilaria Alpi, quindi ho mandato gli atti al collega competente per l’indagine. Dopo qualche tempo mi ha chiamato e mi ha detto che avevo ragione: la figlia del sindaco di Bosaso aveva dichiarato che Ilaria Alpi era stata uccisa perché seguiva il traffico dei rifiuti radioattivi in Somalia”. “E l’unico che inabissava rifiuti radioattivi”, fa notare il maresciallo Moschitta, “era questo signor Comerio”.

Alla luce di tali testimonianze, si spiega il clima di pesantissime pressioni che ha accompagnato negli anni il lavoro dei magistrati. Anche per questo, racconta alla Commissione il sostituto Neri, “il Sismi ha collaborato molto con noi. Ci ha fornito una certa copertura, tutelandoci dalle minacce che abbiamo subito io, Domenico Porcelli e Nicola Maria Pace (addirittura Porcelli ha scoperto una microspia nella sua stanza, ndr)”. Ma questo non ha evitato che l’indagine fosse segnata il 13 dicembre 1995 dalla misteriosa morte del capitano di corvetta Natale De Grazia, insignito nel giugno 2004 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi della medaglia al valore civile alla memoria. “Morì”, ricorda alla Commissione Angelo Barillà di Legambiente, “in un momento cruciale dell’inchiesta, mentre si spostava da Reggio Calabria a La Spezia per interrogare l’equipaggio della Rosso. Fece una sosta a Nocera Inferiore e insieme ad altre persone si recò al ristorante. Lui fu l’unico a mangiare il dolce, dopodiché si rimise in viaggio in automobile, si appisolò e morì”. Ucciso da cosa? “L’autopsia è stata effettuata una settimana dopo e allo svolgimento dell’esame autoptico prese parte anche il medico dei familiari”, spiega Barillà: “Il risultato dell’autopsia fu: arresto cardiocircolatorio, ma ai partecipanti rimasero comunque dubbi. Così un anno dopo i familiari ottennero che si rifacesse l’autopsia, e a quanto mi risulta i parenti non hanno mai saputo l’esito”.

Non c’è da stupirsi. Le indagini della Procura di Reggio Calabria hanno toccato livelli straordinariamente alti, degni tuttora della massima attenzione delle istituzioni. Il sostituto Neri, come riferisce lui stesso, ritenne opportuno “informare il presidente della Repubblica dell’epoca tramite il procuratore Agostino Cordova, che collaborava con noi, dicendo che c’erano elementi che attentavano alla sicurezza della nazione”. Il Sismi, aggiunge il maresciallo Moschitta, “aveva già attenzionato il nominativo del Comerio per l’operazione che riguardava la fuga di Licio Gelli a Montecarlo. E il procuratore di Reggio Antonino Catanese, riferisce l’ambientalista Barillà, “ha parlato del coinvolgimento di personaggi legati alle cosche ioniche cointeressati ad attività con società tedesche rinvenute nei libri contabili e nella documentazione sequestrata all’O.d.m. per l’affondamento delle navi”. Ma Neri e la sua squadra si erano spinti oltre: “A casa di Gabriele Molaschi, socio di Comerio nell’O.d.m., trovai i fax che gli erano stati inviati dalla Spectronix di Tel Aviv, nei quali si diceva di intervenire presso l’Otobreda di La Spezia per poter acquistare i congegni di protezione delle nostre autoblindo utilizzate in Somalia”, dice alla Commissione il maresciallo Moschitta: “Si raccomandava di non proseguire per vie ufficiali, bensì sottobanco, e il Molaschi forniva l’ok, dicendo che era tutto a posto e con l’occasione faceva presente che aveva bisogno di tante armi”. “Gli israeliani”, riferisce il sostituto Neri, “controllavano tutti i movimenti delle nostre truppe in Somalia. Non so per quale motivo volessero controllarci, ma c’era spionaggio militare, vendita di armi, triangolazioni. Comerio, quest’uomo che sembrava un fesso, un quaqquaraquà, uno che andava abbindolando la gente, era invece al centro di un intrigo internazionale”.

Poteva una grande impresa italiana come la Ignazio Messina & C. di scutere affari con un personaggio del genere senza sospettare nulla? Poteva trattare, com’è avvenuto nel 1988, la vendita della motonave Rosso senza temere di essere coinvolta in traffici clandestini? E soprattutto: poteva non sapere che sulla plancia della stessa Rosso c’era una copia del progetto O.d.m.? È quello che non convince gli investigatori. I quali partono da un punto certo: Comerio, come ha spiegato il sostituto Neri alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, aveva per la Rosso due progetti, entrambi rinvenuti durante le perquisizioni: “Il primo prevedeva l’assemblaggio delle telemine dopo la sua cacciata da Malta; il secondo il montaggio dei cosiddetti penetratori (per sparare le scorie tossiche dentro i fondali, ndr)”.

Eppure la Messina, 14 anni dopo lo spiaggiamento, continua a negare. Non conta che il piano O.d.m. sulla motonave Rosso sia stato trovato da Giuseppe Bellantone, allora comandante in seconda della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, e che lo stesso Bellantone lo abbia confermato a verbale. Per la Messina è comunque un “falso ritrovamento”, e lo scrive in un memoriale di 400 pagine che ha inviato alla magistratura e alla Commissione sul ciclo dei rifiuti. “Vogliamo ristabilire la verità e allontanare le illazioni e le pesanti accuse che pretenderebbero di collocarci al centro di una rete di faccendieri, trafficanti d’armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governi e mafiosi”, si legge. Parole che non convincono il presidente della Commissione Paolo Russo, il quale commenta: “Le incongruenze contenute nel dossier sono numerose e lampanti, sia riguardo alla fase dello spiaggiamento sia in quelle successive. D’altro canto la mancanza di chiarezza contraddistingue tutta questa storia, e la nostra trasferta calabrese lo dimostra. Ci sono persone che coraggiosamente collaborano e altre che hanno strani ripensamenti”.

L’esempio più evidente è quello di un testimone fondamentale, qui senza nome per ragioni di sicurezza, interrogato dai carabinieri lo scorso 17 febbraio. In quell’occasione spiegò come due mesi dopo lo spiaggiamento della Rosso fossero stati portati nottetempo nella discarica pubblica di Grassullo, comune di Amantea, rifiuti della motonave “senza alcuna scorta della Guardia di Finanza o dei vigili urbani”. La stessa persona, alla quale di recente è andato a fuoco un capannone agricolo, davanti alla Commissione ha negato tutto.

Strano, ma non raro. Un simile comportamento è stato tenuto da un altro testimone del caso Rosso: il marinaio Giuseppe Scardina, imbarcato sulla motonave Rosso durante l’ultimo viaggio. ‘L’espresso’ nella sua inchiesta ha pubblicato la deposizione del cuoco di bordo Ciro Cinque, il quale diceva: “Ho il sospetto che nel carico ci fosse qualcosa che doveva affondare con tutta la nave”, aggiungendo che Scardina avrebbe commentato: “Tu hai ragione, quello che hai detto è la verità, però io non mi possono mettere contro la Messina: ho bisogno di lavorare”. Lo stesso Scardina, tuttora dipendente dell’armatore genovese, ha smentito lo scorso 9 ottobre: “Ero imbarcato sulla Rosso al tempo del naufragio”, ha scritto in una lettera ai suoi superiori, “conoscevo il cuoco, ma non ho mai detto ciò che riporta il giornale”.

A questo punto ‘L’espresso’ è andato a rileggere cosa il marinaio Scardina dichiarava il 7 giugno 1997 alla Guardia di Finanza sulle condizioni della motonave e sullo scopo del viaggio: “Quando siamo partiti da La Spezia con la motonave Rosso la nave era sbandata di due-tre gradi sul lato sinistro, e quando prendeva mare lo sbandamento aumentava”, diceva: “Tale sbandamento era causato dal fatto che le valvole delle zavorre non mantenevano, quindi perdevamo acqua e non mantenevamo la zavorra. La nave”, continuava il marinaio, “era in pessime condizioni, tant’è che il marinaio Borrelli arrivati a Napoli da La Spezia volle sbarcare a ogni costo. Anzi, ricordo che mi disse: ‘Scardina, questa nave non mi piace, so che va ma non so se ritorna’. Ricordo pure che a Napoli diede 50 mila lire al medico affinché gli facesse un certificato per sbarcare. Era in ottima salute, sicuramente (stava, ndr) meglio di me”.

Non sarà facile per la magistratura sbrogliare questo groviglio di ammissioni e ripensamenti. Troveranno, le tante persone che sanno e ancora tacciono, il coraggio di parlare? E soprattutto: oltre agli eventuali responsabili, riusciranno i cittadini calabresi a conoscere il reale stato di salute del loro territorio? Sulla prima questione nessuno si sbilancia, visto il clima di tensione che regna in Calabria attorno al caso Rosso. Sulla seconda invece le ultime notizie sono importanti e preoccupanti assieme. Il super consulente della Procura Ornelio Morselli ha infatti trovato consistenti tracce di diossina in un sito che fonti confidenziali hanno indicato a Foresta, comune di Serra D’Aiello. Non solo. Nei campioni prelevati ci sono anche furani e policlorobifenili, suoi stretti parenti altrettanto tossici, oltre a rame, nichel e zinco in concentrazioni fuori legge.

“Visto il punto localizzato di rinvenimento, a un metro circa di profondità, si può sicuramente affermare che la presenza di tali sostanze è dovuta all’illecito smaltimento di rifiuti”, scrive il consulente tecnico. E aggiunge: se è vero che diossina e furani sono oggi “appena inferiori ai limiti di legge”, a differenza dei policlorobifenili che li superano, “si può supporre che la loro concentrazione al momento dell’illecita discarica fosse sicuramente superiore”. Tra 1,2 e 1,5 volte maggiore dell’attuale contenuto, afferma Morselli, sottolineando “che potrebbe essere un valore sottostimato” e che “non considera l’accertata presenza, nello stesso tipo di fanghi, di idrocarburi con forte potere solvente”.

Per la Procura di Paola è un evidente passo avanti. Le sostanze analizzate, scrive Morselli, non sono compatibili con la realtà artigianale calabrese, viceversa “sicuramente ricollegabili ad effluvi e fanghi prodotti da industrie”. Dunque è sempre più teorizzabile che i fanghi provengano dalla motonave Rosso. Il che, se da una parte autorizza l’ottimismo degli investigatori, dall’altra pone serie domande sulla salubrità dell’area indagata. Lo stesso consulente Morselli scrive nella sua relazione: “Non si può escludere un possibile inquinamento delle acque fluviali adiacenti al sito per l’estrema vicinanza di un torrente alla zona di discarica”. Né tantomeno si può calcolare “la pericolosità e la tossicità”, visto che “ora come allora è strettamente correlata al contenuto complessivo delle sostanze in rapporto al quantitativo globale dei fanghi che le contengono, il quale attualmente non è accertato”.

Urgono a questo punto nuove verifiche. Urgono nuove analisi per garantire la serenità della popolazione. Nel frattempo giunge dalle istituzioni locali un importante segnale di collaborazione. L’Agenzia calabrese per la protezione dell’ambiente ha predisposto un Piano di azione integrato e collaborerà alle indagini sulla Rosso. In tempi brevi, si spera.

16 settembre 2004
Indagini radioattive
Governo e Camere devono intervenire subito. E va rafforzato l’ufficio del magistrato che indaga sulla Rosso. Lo chiede il presidente della Commissione parlamentare
colloquio con Paolo Russo di Riccardo Bocca

Non è in vena di diplomazie Paolo Russo 44 anni, presidente della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e deputato di Forza Italia: “Ci troviamo di fronte a una vicenda di straordinaria gravità -, dice. “E’ indispensabile un’attenzione istituzionale a tutti i livelli, nel nostro Paese e non solo. E urgente che tutti sappiano quanto è successo nei mari e negli oceani del pianeta durante gli ultimi vent’anni. Ci sono elementi per ipotizzare un disastro di dimensioni assolute: ora dobbiamo sforzarci di trovare prove inoppugnabili”. I fatti e le testimonianze diventano giorno dopo giorno più allarmanti. Come denunciato da “L’espresso” in due occasioni (la scorsa settimana e nel mese di giugno), dalla metà degli anni Ottanta governi europei e non avrebbero sottoscritto accordi per smaltire illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. I sistemi era­no due: affondarli assieme alle navi sulle quali viaggiavano, oppure stiparli in missili e spararli dentro i fondali marini. Il tutto in combutta con mafiosi, faccendieri e trafficanti d’armi. Un piano scellerato su cui per anni hanno indagato, tra costanti minacce, varie Procure italiane. E che oggi torna all’attenzione grazie al lavoro del sostituto procuratore Francesco Greco di Paola, il quale parte da un episodio emblematico: lo spiaggiamento, il 14 dicembre 1990, della motonave Rosso sulla spiaggia calabrese di Formiciche. L’ipotesi della magistratura è che la nave dell’armatore Igniazio Messina dovesse essere affondata dolosamente, ma che il mare mosso abbia mandato a monte l’operazione, portando la Rosso a riva. Dopodiché, dicono gli inquirenti, sarebbe avvenuto lo smaltimento clandestino di rifiuti nell’entroterra. E non solo . Come raccontato da “L’espresso”, ancora oggi sul fondale di Formiciche , dove si è spiaggiata la Rosso. c’è una distesa di materiali sconosciuti…
Inutile girarci attorno: se dopo 14 anni parliamo della Rosso è perché qualcosa di profondamente anomalo è successo. Ed è grave che un fatto tanto inquietante non sia ancora stato chiarito».

Le istituzioni hanno le loro responsabilità. La Capitaneria di porto di Vibo Valentia, ad esempio, ha scritto in un documento che il relitto della Rosso età stato completamente rimosso da Formiciche. Perché?

Tipiche leggerezze di quella stagione”.

Leggerezze?

Diciamo cosi: comportamenti anomali che possono dipendere da mille ragioni, sarà la magistratura a dire quali. Resta il fatto che hanno portato a un disastro ambientale di rilievo enorme, rispetto a cui il nostro Paese ha il dovere di intervenire-.

Dopo la scoperta di materiali riconduciteli alla Rosso sul fondale di Formiciche gli ambientalisti ipotizzano oltre all’affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti nocivi, due nuovi reati: la mancata bonifica e la discarica abusiva. Concorda?

Si, ci sono tutti gli estremi. Il che conferma un mio pensiero fisso: bisogna introdurre quanto prima nel nostro codice penale il reato di delitto ambientale-.

Nel frattempo non basterebbe che le autorità calabresi, invece di disinteressarsi del caso Rosso, si mobilitassero per sostenere la Procura di Paola?

Fanno male a non attivarsi. Sbagliano se pensano che questa sia una storia senza fondamento, e ancor più se le ragioni sono altre. I cittadini calabresi hanno il diritto di sapere come hanno vissuto in questi anni. E di sentirsi tutelati oggi che c’è maggiore consapevolezza .

Non trova grave che la squadra del sostituto procuratore Greco non sia stata rafforzata, ma viceversa indebolita, con l’allontanamento dei due massimi conoscitori del caso Rosso?

Lo scriva: la nostra Commissione esprime formalmente il forre desiderio che sia dato al sostituto Greco tutto l’aiuto possibile. Devono rientrare i due collaboratori spostati. E devono aggiungersi, se necessarie, nuove forze».

La vostra Commissione come sta indagando?

“A luglio, dopo il vostro primo articolo, abbiamo attivato una procedura d’interesse. Stiamo cioè convocando i protagonisti del caso, compresi quelli istituzionali. Una volta ascoltati tutti, riferiremo a Camera e Senato e solleciteremo un intervento del governo”.

A proposito del governo. Il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento Cosimo Ventucci ha dichiarato che le istituzioni erano al corrente del piano Oceanie Disposai Management: quello che faceva capo al faccendiere Giorgio Comerio e che prevedeva lo smaltimento di rifiuti radioattivi sparandoli dentro missili nei fondali marini (di cui sono state trovate carte anche a bordo della Rosso).

Una cosa incredibile, questa dei missili… Mentre nel mondo si discute, anche appassionatamente, sulle modalità di stoccaggio e smaltimento delle scorie nucleari, scopriamo un progetto in apparenza fantascientifico e invece molto più vicino alla realtà di quanto si pensi”.

È incredibile anche che alcuni Paesi europei abbiano, parole di Ventucci. «trattato e concluso contraili di smaltimento delle loro centrali nucleari tramite i missili». Sono mai sta­ti contattati, questi governi? E sono stati ascoltati i ministri citati nell’inchiesta dei magistrati?

A me risulta dì no.

Com’è possibile, in questa situazione, che l’Unione Europea tratti le questioni ambientali in piena serenità?

“Il nostro Paese deve fare chiarezza e imporre questa storia all’attenzione non solo europea ma mondiale”.

Lei esclude che il nostro governo sìa stato coinvolto in questo piano di smaltimento di rifiuti nocivi?

“Non mi sento di escludere nulla, anche se non so immaginare come. Tutto sarà chiarito analizzando l’intreccio di interessi trasversali che negli ultimi venti anni ha condizionato la situazione ambientale, in Italia e fuori”.

Non crede che sia urgente un intervento del ministro dell’Ambiente Altero Matteli?

Non è urgente: è necessario”.

C’è molto da chiarire anche sulle cosiddette carrette del mare, ossia le decine di navi misteriosamente affondate nel mar Mediterraneo con presunti carichi radioattivi. Lei che idea s’è fatto?

« E dagli anni Ottanta che i Lloyd’s di Londra ci segnalano questi affondamenti, diciamo cosi, atipici. I magistrati e le precedenti Commissioni parlamentari hanno indagato, trovando elementi di grande interesse. Ma non la prova sicura della presenza di rifiuti tossico-nocivi o radioattivi”.

Si è mai andati tisicamente a verificare cosa c’è a bordo delle navi affondate?

«No. Credo che non sia mai stato fatto nessun accertamento concreto. E credo anche che a questo punto sia indispensabile farlo».

Nel frattempo possiamo escludere che l’affondamento delle “navi radioattive” continui ad avvenire?

Se lo dicessimo sarebbe un falso. Per questo dobbiamo muoverci immediatamente, sfruttando tutta la tecnologia oggi disponibile”.

Forse così potrebbe essere chiarito anche il rapporto tra questa storia e la tragica fine di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, suggerito dall’indagine. Lei cosa ne pensa?

È un fatto che Giorgio Comerio avesse affari anche in Somalia. Con altri soggetti senza scrupoli ha proposto alle autorità il progetto Urano: un piano di smaltimento di rifiuti speciali industriali che è formalmente fallito. Ma che non si esclude sia stato portato a termine

Un’ultima domanda. Dal dossier The Network di Greenpeace risulta che Jack R. Mazreku. albanese con residenza a Montecarlo, è stato un manager della Oceanic Disposal Management di Giorgio Comerio. Lo stesso Mazreku ha versato per la concessione del porto di Lavagna, in Liguria. 56 miliardi di vecchie lire. Tutto normale?

La verità è che non ne sappiamo niente Ma approfondiremo, quanto prima.

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9 giugno 2005
Parla un boss
Così lo Stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici
Condannato per traffico di droga. Ha collaborato con l’ Antimafia. Ritenuto attendibile, ora ha consegnato ai giudici un memoriale. Esplosivo.
di Riccardo Bocca

A partire dal giugno 2004 “L’espresso” ha pubblicato una lunga serie di articoli riguardo al traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi. Un lavoro che ha avuto come prima tappa la ricostruzione del caso Rosso, la motonave che nel 1990 si è arenata su una spiaggia calabrese e che tutt’ oggi è al centro di un’indagine della Procura di Paola. In seguito, l’inchiesta del nostro giornale si è allargata all’intera vicenda delle cosiddette “carrette del mare”, le navi che tra gli anni Ottanta e Novanta sarebbero state affondate volontariamente con il loro carico di scorie tossiche e nucleari.
(…) Ora “L’espresso” è venuto a conoscenza di un nuovo documento. Un lungo e dettagliato memoriale scritto da un ex capo della ‘ndrangheta (vedi scheda), qui tenuto anonimo per ragioni di sicurezza, già in passato collaboratore di giustizia e oggi con un cumulo di pena pari a trent’ anni per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti. (…) Tutto materiale che, ovviamente, dovrà essere vagliato nei minimi particolari dai magistrati, i quali peraltro stanno già da tempo lavorando su fronti connessi, in modo da confermare o smentire tutte le responsabilità delle persone citate. E soprattutto dovranno essere verificati con la massima attenzione i siti, italiani e non, dove l’autore del memoriale indica la presenza dei fusti con scorie tossiche e radioattive.
(…) Il primo capo della ‘ndrangheta a capire l’importanza del business dei rifiuti tossici e radioattivi è stato Giuseppe Nirta. Nel 1982 era il responsabile del territorio di San Luca e Mammasantissima, ossia il vertice supremo dell’organizzazione. Per questo aveva contatti a Roma con personaggi dei servizi segreti, della massoneria e della politica… Inizia così il memoriale consegnato all’Antimafia da un ex boss della ‘ndrangheta. Il quale precisa: “Allora non avevo rapporti diretti con i massimi vertici della famiglia di San Luca, a cui ero affiliato, in quanto il mio livello era quello cosiddetto dello “sgarro”, e gestivo solo estorsioni. Nirta però era un lontano cugino di mia madre, e per questo avevo una corsia preferenziale con lui, il quale più volte mi assicurò che il business dei rifiuti pericolosi avrebbe portato tanti soldi nelle nostre casse”. “In particolare”, si legge, “Nirta mi spiegò che gli era stato proposto dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, col quale aveva rapporti tramite l’ex sottosegretario ai Trasporti Nello Vincelli e l’onorevole Vito Napoli, di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. L’ ipotesi ventilata a Roma era quella di sotterrarli in alcuni punti dell’Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c’erano davanti alle coste ioniche della Calabria. Nirta però mi disse che non voleva prendersi da solo questa responsabilità, e avrebbe quindi convocato i principali capi della ‘ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare.
(…) “Da queste riunioni”, scrive l’ ex boss, “non uscì però un fronte comune. C’erano divergenze di opinione, perché non si voleva che sostanze pericolose fossero sepolte in Aspromonte, territorio amato dai capi e allo stesso tempo area dove abitualmente venivano nascosti i sequestrati. Alla fine fu deciso di entrare nel grande affare dei rifiuti pericolosi, con l’accordo che ogni famiglia avrebbe gestito le attività nel rispetto reciproco ma per i fatti propri. Si cercò così di trovare siti che fossero fuori dalla Calabria, oppure all’estero, e alla fine la scelta cadde per quanto riguarda l’Italia sulla Basilicata, perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita. Quanto all’estero, si presero contatti con la mafia turca, referente della ‘ndrangheta per l’acquisto dell’eroina, e la persona a cui facemmo riferimento era Mehmet Serdar Alpan, il quale è stato anche finanziatore dei Lupi Grigi.
(…) In questo contesto facevo affari con la famiglia Musitano di Platì, il cui capo era Domenico, detto ‘u fascista per il suo piglio da dittatore, il quale era libero in attesa di processo ma che per un’ordinanza non poteva risiedere in Calabria, ragione per cui si era trasferito a Nova Siri, in provincia di Matera. Mi chiese un incontro”, si legge, “e mi disse che c’erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, chiedendo se io e la mia famiglia potessimo interessarci per le varie fasi di trasporto e collocazione. Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell’ Enea di Rotondella, il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l’esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell’Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell’operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera”. “Come appoggio”, spiega l’ ex boss della ‘ndrangheta, “Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò a trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti. Calcolammo che per 600 fusti ci sarebbero voluti circa 40 mezzi, i quali dovevano prelevare i bidoni dai capannoni a Rotondella, trasportarli nel porto di Livorno e caricarli su una nave che sarebbe partita per la Somalia. Sembrava tutto pronto”, scrive, “ma Musitano fu ucciso dalla ‘ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un’udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro, che però riprese a gennaio del 1987, perché lo stesso Musitano poco prima di morire mi aveva presentato Candelieri, col quale avevo stretto i primi accordi nel corso di un incontro a casa del Musitano stesso”.
(…) Il fatto è che, secondo i nostri calcoli, nella stiva ci sarebbero stati solo 500 bidoni, e dunque si poneva il problema di dove smaltire gli altri 100. Fu così che decidemmo di procedere con un doppio piano: 500 fusti sarebbero partiti per la Somalia, mentre i rimanenti 100 sarebbero stati nascosti in Basilicata. Per l’esattezza, diedi ordine che fossero trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, lungo l’argine del fiume Vella”.
(…) “Partecipai direttamente all’operazione, che si svolse tra il 10 e l’11 di gennaio 1987”, racconta l’ex boss. “Partimmo con i 40 camion caricati a Rotondella verso le due di notte e un’ora dopo arrivammo con sette o otto di essi al fiume Vella, dove era stata predisposta la buca che fu riempita con i bidoni e poi ricoperta. A preparare la fossa erano stati i macchinari messi a disposizione da Agostino Ferrara, uomo di Musitano che abitava a Nova Siri, il quale procurò anche i fari per illuminare l’area. Nelle stesse ore, gli altri camion proseguivano per il porto di Livorno, dove li aspettava la Lynx e dove finito il lavoro in Basilicata sopraggiunsi anch’io a bordo della mia Lancia Thema con Giuseppe Arcadi. Le fatture con descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive erano state preparate da un commercialista di Milano, che mi era stato presentato dal commercialista Vito Roberto Palazzolo di Terrasini (oggi latitante), ed erano intestate alla International consulting office di Gibuti. La nave infatti partì da Livorno diretta a Gibuti, ma invece di attraccare raggiunse Mogadiscio. A quel punto, entrò in azione l’appoggio che avevo chiesto al segretario generale della Camera di commercio italo-somala, il quale aveva organizzato camion e manodopera per lo scarico dalla nave e il carico su camion. I rifiuti”, si legge, “sono stati portati alla foce morta del fiume Uebi Scebeli, dove sono stati seppelliti alla bene e meglio con gli escavatori reperibili sul posto, in accordo con il capo tribù della zona Musasadi Yalaitow”. Tutto il lavoro, racconta l’ ex boss, “ci costò 260 milioni, che furono aggiunti al compenso. Quanto ai 660 milioni concordati, provenivano dal conto criptato ‘whisky’ della Banca della Svizzera italiana di Lugano. Il faccendiere Marino Ganzerla mi diede appuntamento nella stessa Lugano ai primi di febbraio e mi pagò in contanti per conto di Candelieri. Mi consegnò la cifra in dollari, e io inviai 500 milioni di lire alla famiglia di San Luca”.
(…) “Quelli che ho riferito fino a questo momento sono solo pochi episodi, rispetto alla realtà dell’epoca”, scrive l’ex boss. “In quel periodo il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi era molto praticato. Diversi erano i faccendieri che con coperture varie svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali, i quali già negli anni Ottanta non sapevano dove piazzare queste enormi quantità di materiali pericolosi. Uno dei personaggi più importanti che mi è capitato di conoscere”, si legge nel memoriale, “è stato l’ingegner Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e poi da lui gestito in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. Comerio si muoveva a livelli governativi internazionali, e le persone che contattava nei vari stati, europei e non, sapevano che aveva gli appoggi per mettere in pratica il suo studio sottomarino. Lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori per la sua attività, in quanto non so perché accoglievano al meglio i suoi siluri con i rifiuti radioattivi.
(…) “Sempre con Giorgio Comerio”, continua l’ex boss, “la famiglia di San Luca ha fatto nel 1995 un altro affare che riguardava il niobio, solitamente utilizzato per costruire reattori nucleari. Comerio in quell’occasione chiese a Giuseppe Giorgi, detto ‘u capra, genero del boss Sebastiano Romeo, di trasportare una certa quantità di quella sostanza, e la cosa andò in porto. Il niobio fu caricato su un container e trasportato con un aereo della Air Cess da Budapest alla Sierra Leone, dove Giuseppe Giorgi in persona lo consegnò ai responsabili della società Transavia. La famiglia di San Luca ricevette in cambio 250 milioni di lire, e non fu un episodio sporadico. Lo stesso Comerio mi raccontò che già negli anni Ottanta aveva avuto diversi contatti con la ‘ndrangheta, e in particolare con Natale Iamonte, capo dell’omonima famiglia di Melito Porto Salvo, che lo aveva aiutato riguardo all’affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi in acque internazionali davanti alla costa ionica calabrese.
(…) “So per certo”, racconta l’ex boss della ‘ndrangheta, “che molti altri affondamenti avvennero in quel periodo, almeno una trentina, organizzati da altre famiglie, ma non me ne occupai in prima persona.
(…) In seguito sono stato arrestato, ma i rapporti tra servizi segreti e la mia famiglia della ‘ndrangheta sono continuati, come d’altronde sono sempre stati costanti quelli con la politica. Cito per esempio l’incontro che ebbi nel dicembre 1992 al ristorante Villa Luppis a Pasiano di Pordenone con l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che come ho spiegato alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria già conoscevo bene.
(…) “Preciso”, conclude l’ex boss, “che dal 1994 ho iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria riguardo ai temi della criminalità organizzata e del traffico internazionale di stupefacenti, e da quel momento non ho più svolto attività per conto della ‘ndrangheta”.

3 febbraio 2005
Motonave Rosso e giallo Ilaria
“L’ uccisione della Alpi è legata all’ inchiesta sui rifiuti radioattivi”, Lo dice il pm in Parlamento. E ora la commissione guidata da Taormina acquisisce i documenti dell’ indagine di Reggio Calabria
di Riccardo Bocca

Adesso è ufficiale. C’ è un legame diretto tra l’ inchiesta della Procura di Reggio Calabria sui traffici marittimi di rifiuti radioattivi e l’omicidio Alpi. Lo ha dichiarato il 18 gennaio scorso il sostituto procuratore Francesco Neri alla Commissione parlamentare che indaga sulla morte della giornalista e di Miran Hrovatin.
(…) E ancora: perché, come denunciato dalla famiglia Alpi, soltanto oggi si scava in questa direzione? La sfida è trovare risposte credibili. Costanti nel tempo sono stati i tentativi dì depistaggio, culminati nella fasulla offerta di foto satellitari dell’ omicidio Alpi.
(…) Nel frattempo l’ atmosfera non si è rasserenata: anzi. Alla vigilia della trasferta, il presidente Taormina ha ricevuto un plico con il disegno di una croce e un proiettile inesploso calibro 7,65. Lo stesso giorno Taormina ha informato delle minacce il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, sottolineando come l’ episodio cadesse «in un momento delicato della» sua «attività istituzionale».
(…) Stavolta il protagonista è Mario Scaramella, esperto di sicurezza nazionale, oggi consulente della Commissione parlamentare Mitrokhin e membro del Research ìnstitute all’ Università californiana di San José. «Era il 1996», racconta, «quando i magistrati calabresi mi contattarono per una delicata missione. Volevano individuare una delle tante navi affondate nel Mediterraneo sospettate di trasportare rifiuti radioattivi. Presto», spiega, «la scelta degli investigatori cadde sulla Rigel, affondata al largo di Reggio Calabria, dunque attivai i miei contatti». Le conoscenze non gli mancavano. Dall’88 al ’91 Scaramella aveva collaborato con l’ Alto commissariato antimafia. Poi aveva svolto incarichi riservati all’estero tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Belgio. Infine era tornato in patria come consulente del pm Guido Papalia, indagando su un troncone della Tangentopoli veneta. Quanto all’operazione Rigel, il consulente decise di contattare i vertici delle massime organizzazioni mondiali; dalla sezione affari scientifici Nato di Bruxelles all’ organizzazione marittima delle Nazioni Unite a Londra, fino all’ Agenzia atomica internazionale, «Tutte diedero la loro disponibilità», racconta: «Tutte si dichiararono molto interessate al problema. Tranne l’ Unione europea, che incredibilmente rispose con un secco no». A quel punto Scaramella guardò oltreoceano, verso una società chiamata Elorer. «Una struttura che aveva uomini e know how Nasa», spiega: «Perfetta per le nostre esigenze ma troppo esposta per accettare l’ incarico». Così, attraverso un gioco di scatole cinesi, la palla passò a un’altra organizzazione, la californiana Special research monitoring center (Srmc), che della Eloret era la più discreta rappresentante all’ estero. «Nello staff», racconta Scaramella, «c’erano scienziati di primo livello, anche italiani, impegnati nei settori spaziali, ambientali e della sicurezza nazionale. Ma c’ erano anche ex dirigenti della Cia con grande esperienza. Gente che la Rigel l’ avrebbe trovata». E infatti. In breve tempo la Srmc mise a punto un piano che prevedeva l’utilizzo di una nave con 40 metri di coperta e una serie di software che avrebbero permesso la precisa analisi dei fondali calabresi. Un sogno, per i magistrati, che finalmente vedevano concretizzarsi la possibilità di individuare la Rigel, recuperare campioni del carico e dimostrare la tesi de! traffico radioattivo, «Ma quando il nostro ministero della Giustizia venne a sapere che l’operazione sarebbe costata 1 miliardo 400 milioni di lire», ricorda Scaramella, «rispose che al massimo potevamo mettere 20 milioni sulla nota spese della Procura di Reggio».
Così tutto il progetto saltò. Addio società americana, e naturalmente addio Rigel. «In seguito», precisa Scaramella, «la questione fu rivalutata dal governo Prodi, che stanziò 5 miliardi di lire per verificare la radioattività del mare. Ma l’ incarico finì all’ Anpa, l’ Agenzia nazionale per la protezione dell’ ambiente, la quale analizzò campioni di pioggia e di acqua marina in superficie». Per chiunque capisca di radioattività, commenta Scaramella, «un’ evidente perdita di tempo».

20 gennaio 2005
Il segreto di Ilaria
Un gigantesco traffico di rifiuti tossici verso la Somalia. Servizi segreti deviati. Faccendieri. E il racconto di una teste somala: “La Alpi indagava su quella pista”
di Riccardo Bocca

C’è un filo invisibile che lega Mogadiscio a Reggio Calabria. Un nesso che unisce le indagini sull’ omicidio di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa il 20 marzo 1994 in Somalia con l’ operatore Miran Hrovatin, e quelle sul misterioso ingegnere Giorgio Comerio, protagonista secondo gli investigatori calabresi di un gigantesco traffico di rifiuti radioattivi con altri faccendieri, malavitosi e trafficanti d’armi.
(…) Basta tornare al settembre del 1999 per scovare un altro incredibile episodio che lega il traffico di rifiuti radioattivi alla morte della giornalista del Tg3. Al centro della scena questa volta è Francesco Gangemi, sindaco di Reggio Calabria per tre sole settimane nel 1992 e cugino dell’ omonimo Francesco, condannato a 10 anni per camorra. Ma soprattutto direttore del mensile calabrese “Il dibattito”, foglio a dir poco aggressivo con pirotecnici attacchi a politici e magistrati. A sua firma, sei anni fa, parte un’ inchiesta dal titolo: “Chi ha ucciso Ilaria Alpi?”. Più puntate precedute da una singolare introduzione: «Fin dai primi passi di questa mia lunga strada, che immagino irta di ostacoli e contraccolpi», scrive Gangemi, «voglio informare i nostri lettori e le autorità che eventuali rappresaglie che dovessi subire non sarebbero certo riconducibili alla ‘ndrangheta o ad altre organizzazioni criminali, ma ai servizi segreti deviati e assoggettati a taluni magistrati inadempienti ai loro doveri d’ ufficio e al governo, che rimane il fulcro delle operazioni sporche che stanno inginocchiando l’u manità intera a fronte di vantaggi di varia natura».
Di fatto oggi il mensile “Il dibattito” è stato sequestrato, e il suo direttore arrestato lo scorso novembre con l’ accusa di aver esercitato pressioni su magistrati dell’ Antimafia di Reggio Calabria per conto di una lobby di potere che voleva influenzare inchieste su politici e mafiosi locali. Ma allora, tra la fine del ’99 e il 2000, Gangemi ha avuto il tempo e il modo di pubblicare molti documenti segreti dell’ inchiesta reggina. Pagine e pagine dalle quali emergono notizie esplosive. Rivelazioni che aiutano a capire il sistema occulto con cui per anni è stata illecitamente smaltita la pattumiera nucleare, ma anche indizi preziosi per meglio comprendere l’ intera vicenda Alpi. In questo senso vanno lette le dichiarazioni che il 10 luglio 1995 il teste chiamato Alfa-Alfa rilascia al sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri e al capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave morto poco dopo in circostanze non chiare. Il testimone in realtà si chiama Aldo Anghessa ed è un personaggio più che discusso, per sua stessa ammissione protagonista di azioni di intelligence e in quel momento agli arresti domiciliari, indagato per traffico di armi e materiale nucleare. «A partire dal 1987», spiega, «è attiva in Italia una lobby affaristico-criminale che gestisce le seguenti attività: traffico di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi, stupefacenti, armi, titoli di Stato falsificati e (…) materiali strategici nucleari». Per quando riguarda le scorie tossi-che e radioattive, continua Anghessa, «si ha certezza che lo smaltimento può avvenire con tre distinte modalità: l’ interramento in località del sud Italia in vecchie cave o discariche, l’affondamento di navi normalmente in zone extraterritoriali o lo smaltimento presso paesi del Terzo mondo come (…) il Libano, la Somalia fino al 1992, la Nigeria e il Sahara ex spagnolo (…). Detti traffici», specifica Anghessa, «sono sicuramente gestiti a livello di vertice da soggetti iscritti a logge massoniche italiane ed estere». Quanto ai potentati della politica, secondo il teste Alfa-Alfa il loro ruolo è altrettanto centrale: «È opportuno far rilevare a questo ufficio», racconta, «che nell’ occasione del sequestro di 29,5 chili di uranio effettuato a Zurigo furono fermati dalla polizia elvetica otto individui tra i quali due italiani. Uno di questi è Pietro Tanca, il quale ha affermato: “Io sono qui non per ritirare denaro (se ricordo bene 18 milioni di dollari), ma per verificare l’esistenza del denaro di competenza della parte politica italiana che copre l’operazione”. I nostri tentativi per capire quale fosse la parte politica cui si riferiva », commenta Anghessa, «sono stati vani, anche per la proterva azione della polizia elvetica, che anziché collaborare ha scientificamente ostacolato le indagini ». Quanto a Tanca, «appena rilasciato dalla polizia elvetica e rientrato in Italia è stato arrestato su ordine di custodia cautelare emesso dal gip Felice Casson».
(…) Ad ogni parola il teste Alfa-Alfa allargava lo scenario, infilando nomi su nomi, particolari su particolari, indirizzi su indirizzi. Fino a sostenere l’ esistenza di una rete di coperture istituzionali a livello internazionale: «Ne sono convinto», afferma Anghessa. E a riguardo cita Guido Garelli, arrestato in un’inchiesta sui traffici nocivi, più volte citato nell’inchiesta Alpi e a suo avviso «riconducibile a un organo di informazione dello Stato», tant’è che «era uso chiamare numeri telefonici di basi militari italiane e aveva pass Nato per entrare e uscire in basi militari italiane». Fa anche il nome, Anghessa, di Elio Sacchetto «tessera P2, arrestato nel 1988 assieme al Garelli».
Finché, parlando del «livello intelligente» dell’ organizzazione criminale, costituito da «soggetti di classe sociale visibilmente elevata, di abitudini raffinate, tutti regolarmente riconducibili a logge massoniche più o meno segrete», spunta la figura di Giorgio Comerio: il titolare del sistema di affondamento delle scorie con missili, ma anche il protagonista di indagini delicate come quella sul naufragio della nave Rigel o sullo spiaggiamento della motonave Rosso, dove la Capitaneria di porto trova copia del suo progetto O.d.m..
Scrivendo di lui, il direttore del “Dibattito” Francesco Gangemi spende frasi pesanti: «La Procura di Reggio Calabria ha accertato l’esistenza di un brutto affare collegato allo scarico dei rifiuti in Somalia », si legge, «proprio dove la giornalista Ilaria Alpi si era recata per cercare la verità che altri hanno insabbiato, uccidendola per la seconda volta. La “cosa”», continua Gangemi, «girava sotto gli occhi consapevoli del governo somalo allora in carica, e a farla girare ci pensava il faccendiere Giorgio Comerio, considerato nell’ambiente della raffinata criminalità collegata ai servizi segreti e ai governi europei, e non solo europei, la mente eccelsa a disposizione dei primi ministri che avessero avuto interessi particolari nel traffico illecito (di rifiuti, ndr) a livello interplanetario».
(…) Uno scenario da apocalisse che secondo gli inquirenti riguarda anche la Somalia, dove stando alle informative pubblicate sul “Dibattito” Comerio è attivissimo. «Nella sua abitazione», spiegano gli investigatori, «è stata sequestrata una cartella gialla, tra le altre, contraddistinta dal numero 31 ed intestata alla “Somalia”. All’ interno vi era custodita documentazione inerente al progetto O.d.m. relativo ai siti marini somali. In particolare le cartine indicano due ampie zone di mare, di cui una a nord e l’altra al centro della suddetta nazione. La prima zona», riferiscono, «è indicata con sei punti di affondamento», dei quali il primo è «leggermente a sud rispetto allo specchio d’acqua antistante la città di Tohin». La segnalazione è importante, perché si aggiunge alle dichiarazioni fatte lo scorso novembre dal maresciallo dei carabinieri Nicolo Moschitta alla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti («Comerio era l’ unico a inabissare lì rifiuti radioattivi» ) e coincide con altre notizie raccolte dagli investigatori. C’è infatti agli atti un fax nel quale Ali Islam Haji Yusuf, membro dell’Autorità del servizio mondiale per i diritti umani di Bosaso, scrive al dipartimento del nord-est somalo delle Nazioni Unite per denunciare che «al largo della città di Tohin, del distretto di Alula, nella regione del Bari, due navi sconosciute stavano effettuando un’ operazione insolita, vale a dire che mentre una scavava sui fondali del mare, l’ altra seppelliva in dette buche dei container dal contenuto sconosciuto. Tale operazione», spiegano i carabinieri, «stava creando tensione fra la popolazione locale, che è ostile al seppellimento in mare di rifiuti tossici e radioattivi», e pertanto Haji Yusuf «chiedeva aiuto per un intervento urgente (…)». Allo stato, concludono i carabinieri, «non è dato sapere sull’ evoluzione di tali vicende», mentre è a loro avviso sicuro che il primo sito di affondamento indicato nella mappa di Comerio è «in prossimità della zona segnalata lo scorso novembre da Haji Yusuf (…) ». «Evidentemente», scrivono gli investigatori al sostituto procuratore Neri, «Comerio è già operativo in dette acque», E per cancellare eventuali dubbi aggiungono: «Non deve meravigliare il fatto che al posto dei penetratoti il Comerio stia utilizzando le trivelle, in quanto quest’ ultima soluzione è stata sempre l’ alternativa alla prima nell’ ambito del progetto O.d.m.».
(…) È di tutta questa rete di traffici che molto probabilmente Ilaria Alpi era venuta a conoscenza nei primi mesi del 1994. Aveva scoperto la gigantesca macchina internazionale che scaricava rifiuti tossici in Africa, l’intreccio con la spirale delle armi, i segreti più occulti protetti dalla generica facciata della Cooperazione. Non per niente, scrive Francesco Gangemi, «il fascicolo 18 con gli atti relativi alla Somalia» della magistratura di Reggio Calabria «contiene pure il certificato di morte della Alpi ». E non per niente Fadouma Mohamed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, dichiara a verbale il 16 giugno 1999: «Ilaria mi aveva dichiarato che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa (…) di cui non dovevo parlare con nessuno (…). Si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste della Somalia, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti tossici». Elementi che fanno ripensare agli strani fatti avvenuti dopo l’omicidio: la sparizione degli appunti (quando le borse della giornalista arrivano in Italia, all’appello mancano tre block notes), la sottrazione di fogli con numeri telefonici, nonché le modalità dell’ uccisione: a freddo, con un colpo solo, come un’esecuzione. Tutte ragioni per cui la Commissione parlamentare presieduta dall’ onorevole Carlo Taormina dovrebbe ora investigare sul complesso intreccio di attività coordinato da Giorgio Comerio, oltre a seguire le tracce di Al Qaeda. Anche perché i genitori di Ilaria Alpi, a fianco della pista Bin Laden, vorrebbero saperne di più sul faccendiere lombardo, del quale non ricordano di avere sentito il nome durante le indagini sull’omicidio della figlia. E lo stesso vale per il loro avvocato, che non era finora a conoscenza dei punti di contatto tra la clamorosa inchiesta di Reggio Calabria e il capitolo somalo.
(…) Da un’ informativa datata 25 maggio 1995, firmata dal comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria Ivano Tore, emergono altri retroscena della O.d.m. connection, stavolta sul fronte internazionale delle armi ma sempre con un capitolo somalo. Il che conferma quanto dichiarato anche in questo senso dal maresciallo Moschitta alla Commissione sul ciclo dei rifiuti. «Interessanti», scrive Tore, «sono gli appunti manoscritti rinvenuti nell’ abitazione di Gabriele Molaschi (socio di Giorgio Comerio nella O.d.m., ndr), sui quali vi sono annotazioni sulle armi da fornire, e più precisamente carri armati Leopard, autoblindo, mitragliatrici “Breda”, elicotteri, Mig, artiglieria pesante e leggera. In questo contesto si inseriscono alla perfezione i suoi continui contatti con Mosca (…), così come sono importanti quelli con Israele ed in particolare con tale Sammy Elrom della Spectronix Ltd., con fabbrica in Sderot e uffici vendita a Tel Aviv. Tale agenzia, operante nel settore strategico militare, ha avviato via fax una trattativa per acquisire sistemi di protezione da attacchi aerei e terrestri da installare in autoblindo, facendo riferimento ai sistemi montati sui mezzi militari italiani in Somalia (…). In merito a ciò», continua Tore, «si segnala la corrispondenza tra il Molaschi e la società israeliana, poiché potrebbe interessare l’incolumità della sicurezza nazionale dello stato italiano». E come se non bastasse, sottolinea l’esistenza di una «corrispondenza in inglese tra il Molaschi e la suddetta ditta per la vendita di 2 milioni di cartucce per fucili kalashnikov». Sarebbe interessante, a questo punto, sapere che fine abbiano fatto tutte queste storie, tutti questi personaggi. Sarebbe anche importante capire perché, nel settembre 1999, il direttore del “Dibattito” di Reggio Calabria abbia deciso di pubblicare atti coperti dal segreto più assoluto.

26 dicembre 2004
Naufragio e contagio
Un aumento vertiginoso dei casi di leucemia nella zona in cui si arenò la Rosso. Di fronte alla Commissione parlamentare nuove e inquietanti rivelazioni
di Riccardo Bocca

Leucemia. È questa la terribile parola che il maresciallo dei carabinieri Nicolo Moschitta ha pronunciato durante un’udienza riservata della Commissione parlamentare bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Gli è stato chiesto di raccontare quello che sapeva sullo spiaggiamento della motonave Rosso, avvenuto in Calabria il 14 dicembre 1990, e lui lo ha fatto, rivelando i rischi corsi dalla popolazione locale. Un dato sconvolgente e mai reso pubblico. Finora si era ipotizzato che sulla Rosso potessero essere trasportate sostanze tossiche o radioattive, smaltite dopo un tentativo non riuscito di affondamento. Ma adesso il quadro diventa più cupo: «Su incarico del sostituto procuratore Francesco Neri», ha spiegato il maresciallo Moschitta alla Commissione, «mi sono recato nel 1995 ad Amantea, dove ho parlato con il comandante della stazione dei carabinieri. Ricordo che fornì un elemento che mi fece raggelare: dal momento dello spiaggiamento della nave, nel giro di quattro o cinque anni, i casi di leucemia erano aumentati in maniera vertiginosa. Il collega mi precisò che si trattava di dati ufficiali, e infatti erano forniti dall’ allora Usl».
(…) Basti dire che gli inquirenti fino a poco tempo fa erano convinti che sui fondali di Formiciche, dove l’imbarcazione si arenò, non ci fosse più nulla. Lo aveva attestato la Capitaneria di porto di Vibo Valentia, scrivendo che «il relitto della nave» era stato «completamente rimosso». Poi i sub della Procura hanno trovato un’infinità di materiale e oggi il comandante di fregata Alfio Di Stefano (sempre della Capitaneria di Vibo) deve ammettere che «alcuni pezzi sono rimasti sotto la sabbia», per cui «verranno rimossi e messi a disposizione dell’autorità giudiziaria».
(…) Secondo una relazione riservata di Raffaella Trozzo, dirigente del dipartimento provinciale dell’Agenzia calabrese per l’ambiente, «due sub dei carabinieri hanno infatti rinvenuto una cassa seminterrata sul fondo. L’operazione completa prevedeva il rinvenimento, la disincagliazione dal fondo marino e il trasporto sull’arenile adiacente. A me», scrive la dirigente, «è stata affidata l’indagine strumentale per la verifica delle eventuali contaminazioni radioattive (…). Sono salita sul motoscafo messo a disposizione dal Villella (comandante della stazione dei carabinieri di Amantea, ndr) e abbiamo individuato numerosi rottami come tubi, piastre e lamine (…). Trascorse però quattro ore, durante le quali i sub hanno setacciato la parte di mare interessata, non è stato rinvenuto quanto cercato, ossia la famosa cassa. A quel punto è stato deciso di sospendere i lavori». Che fine ha fatto il misterioso contenitore? Qualcuno, considerata la totale assenza di sorveglianza, l’ha rimosso? O bisogna incolpare il mare, in grado di cambiare la geografia dei fondali? Una risposta non c’è.
L’unico fatto certo è la grande attenzione con cui il maresciallo Fabio Villella, citato nella relazione dalla dottoressa Trozzo, sta seguendo il caso Rosso. Lo si è visto il 6 novembre scorso, quando il Comitato civico Natale De Grazia per la verità ha tenuto un’assemblea pubblica. La serata, a cui hanno partecipato 500 persone tra cittadini, sindaci e consiglieri della zona, prevedeva interventi vari e la proiezione di un documentario. Fuori programma è arrivato invece Villella, che ha identificato i responsabili del comitato. Due dei quali, pochi giorni dopo, sono stati anche cercati al telefono da un dirigente della Messina.
Considerate le premesse, è giustificato lo scetticismo con cui il 10 dicembre scorso è stata accolta la pagina a pagamento pubblicata dal “Quotidiano della Calabria”. Il titolo recitava: “Jolly Rosso, nessun mistero”. Dopodiché l’armatore Messina invitava i lettori a leggere il suo memoriale, fonte di «risposte chiare, circostanziate ed inequivoche sulla natura assolutamente non nociva, non pericolosa e tanto meno radioattiva della merce trasportata». (…)

7 ottobre 2004
L’ ingegnere affossa-scorie
Una vita tra armi, amicizie potenti e rifiuti radioattivi. Ecco chi è Giorgio Comerio, per i pm legato al caso della Rosso
di Riccardo Bocca

Chi è davvero Giorgio Comerio? Per scoprirlo bisogna partire da Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove è nato 59 anni fa, e sbarcare a Panama, nell’ufficio di un superministro del presidente della Repubblica in carica, Martin Torrijos. Il viaggio merita la spesa, perché l’ingegner Comerio non è un personaggio qualsiasi. Il governo italiano lo definisce «noto trafficante d’armi, in contatto con altri noti trafficanti d’armi e coinvolto nella fabbricazione di telemine destinare a paesi come l’Argentina» (parole del ministro per i rapporti col Parlamento Carlo Giova nardi). Altrettanto pesante è stata la sua ex compagna Giuseppina Nini, descrivendolo come appartenente ai servizi segreti in rapporti con uomini della mafia.
(…) Il sospetto degli inquirenti è che l’armatore Messina volesse colare a picco la Rosso, e che a bordo ci fossero rifiuti tossici o nucleari da smaltire in fondo al mare. Ma anche che Comerio fosse legato al destino della nave. Solo due anni prima, confermano i Messina, l’ingegnere [Comerio] s’era proposto per acquistare la Rosso, e dopo lo spiaggiamento furono trovati sulla plancia documenti di una sua società. Il particolare non è da poco. La società in questione si chiama infatti Oceanie Disposai Management Inc. (Odm)
(…) Stabilire la verità spetta ai magistrati, ma nel frattempo è interessante vedere come Comerio si sia mosso per piazzare i suoi servizi, chi gli abbia dato una mano e con chi abbia stretto accordi. Un lavoro svolto da “L’espresso” in parallelo con Greenpeace, organizzazione che più volte ha denunciato i presumi traffici di Comerio. Dai suoi dossier emerge, ad esempio, il nome dell’austriaco Manfred Convalexius, titolare di un grande gruppo specializzato in trasporti con una società mirata al settore chimico. Già nel 1988, spiega Greenpeace, Convalexius aveva cercato come agente esclusivo della Multidyne International Inc. di esportare 4 mila 680 barili di rifiuti radioattivi dal porto bulgaro di Varna a Panama, finendo all’ultimo bloccato dal ministro della Salute.
(…) Per non parlare degli infiniti contatti di Comerio e soci con gli Stati africani, documentati nel dossier “The Network”: «Tra il 1994 e il 1995», documenta Greenpeace, «Odm ha avuto rapporti con almeno 16 nazioni africane attraverso consolati e ambasciate in Italia, Francia e Belgio, o tramite mediatori». Questi Stati sono: Angola, Benin, Capo Verde, Congo, Gambia, Ghana, Guinea Bissali, Guinea Conakry, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudafrica, Togo e Zaire. Un panorama impressionante di fronte ai quale gli inquirenti, quando chiedi chiarimenti, rispondono: tutto può essere successo. O anche no.
(…) Ma al di là di tutte le carte, al di là di ogni traccia o indizio, la domanda è: come ha potuto, questo misterioso ingegnere di Busto Arsizio, costruire una rete di rapporti mondiali ai massimi livelli? Com’è riuscito a farsi ricevere da ministri e uomini d’affari? Chi gli ha permesso di trattare con tutto e tutti senza mai scottarsi? Per capirlo, Greenpeace ha fatto analizzare dalla società Irwin & Bates la ragnatela degli interessi di Comerio. E il risultato è sorprendente. A costituire la sua Oceanie Disposai Management Inc. Holding S.A., registrata in Lussemburgo, sono state infatti due società, la Gibson Finance Limited e la Enfield Trading Limited, entrambe international business company con sede a Tortola, nelle Isole Vergini inglesi, ed entrambe con la stessa casella postale (P.O. Box numero 3.174). Il che, sottolinea Greenpeace, «consente di affermare che le due società sono governate dallo stesso centro d’interessi». Un elemento importante, perché a firmare l’atto di costituzione della Gibson Finance Limited non è stato un fiduciario qualunque, bensì Ebrahim Asvat in persona, avvocato potentissimo a Panama. Cinquantenne di origine indostana, studi ad Harvard ed esperto dì diritto finanziario marittimo, Asvat è socio del celebre studio Patton, Moreno & Asvat, oltreché presidente del quotidiano nazionale “El Siglo”. Ma soprattutto è stato capo della Polizia nazionale dal 1990 al 1991 dopo l’invasione di Panama da parte degli Stati Uniti, mentre oggi è i! superministro del governo Torrijos incaricato di vigilare sull’operato dei colleghi. Una posizione che i! giornale on line “The Panama News” commenta così: «Soltanto il tempo dirà se Asvat è il carte da guardia per estirpare la corruzione, o se dietro a lui c’è una nuova fonte di intrighi governativi».

30 settembre 2004
Il porto delle nebbie
Fusti e container carichi di rifiuti provenienti dalla Rosso. Ancorati sotto la banchina del terminal a La Spezia. Due operai lo denunciano. Ma nessuno controlla
di Riccardo Bocca

(…) i vertici dell’armatore Ignazio Messina & C. negavano, intervistati da “L’espresso”, di avere smaltito illegalmente rifiuti pericolosi e radioattivi. Volevano cancellare il sospetto che grava su di loro: quello di aver cercato di affondare nel dicembre 1990 la motonave Rosso con un presunto carico di sostanze nocive. E di avere occultato quello stesso carico quando l’imbarcazione, spinta dalle correnti, è spiaggiata sul litorale di Formiciche, nel comune di Amantea, provincia di Cosenza.
(…) Ora però un documento della Polizia forestale di Brescia, datato aprile 1997, apre un nuovo fronte, sempre centrato sulla motonave Rosso e sempre con protagonisti i Messina. Si tratta della testimonianza di due lavoratori portuali di La Spezia (informatori ritenuti affidabili, anonimi per evidenti ragioni) rilasciata all’ispettore Gianni De Podestà, il quale l’ha poi inviata alla Direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Reggio Calabria. Un testo zeppo di elementi gravissimi che sono stati acquisiti dagli investigatori proprio mentre l’armatore Messina stava trasferendosi da La Spezia a Genova, dove ancora oggi opera. «Ci sentiamo in dovere», hanno dichiarato alla Polizia forestale i due portuali, «di riferire che da molti anni lavoriamo al terminal Messina (…) e abbiamo visto che sono passati dal porto molti Tir di rifiuti, anche quelli delle navi della Messina
(…) Dopodiché i due testimoni riferiscono nel dettaglio quello che a loro dire stava accadendo durante il trasferimento da La Spezia a Genova: «In questi giorni», spiegano, «stiamo smontando il terminal Messina, e si sa che come zavorra di parte della banchina è stato messo un pontone di nave, dentro il quale hanno infilato i fusti e i container dei rifiuti che la Messina aveva caricato sulle navi Rosso e Jolly Rosso. Questo pontone di nave», continuano, «risulta come una nave tagliata orizzontalmente, che è stata riempita di rifiuti nel 1992.
(…) Vero? Falso? L’ispettore Gianni De Podestà della Polizia forestale di Brescia decide di approfondire. E lo fa alle 13 del 9 aprile ’97, quando assieme al collaboratore Pier Giuseppe Delle Donne si mette a sorvegliare il terminal Messina.
(…) Tutto quello che è stato motivo di osservazione», conclude De Podestà, «fa presumere quanto riferito (dai due portuali), desunto anche dal fatto che tali informazioni sono di carattere riservato ma giungono da fonte in passato rivelatasi attendibile riguardo alle indagini svolte sulla motonave Rigel (affondata misteriosamente con un presunto carico di rifiuti nocivi, ndr)».
(…) Nei giorni seguenti, dunque, fu finalmente eseguita l’ispezione.
(…) Ma nessuno controllò sotto la banchina dove indicato dai due portuali.

23 settembre 2004
Nella memoria si è aperta una falla
I misteri del naufragio? I rifiuti tossici? L’inchiesta della Procura? Ecco come si difende l’armatore della Rosso. Fra contraddizioni e tanti “non ricordo”
colloquio con Gianfranco Messina di Riccardo Bocca

Per la prima volta dopo 14 anni i vertici dell’armatore Ignazio Messina & C. parlano dell’incredibile vicenda di cui sono protagonisti.
(…) “L’espresso” è andato nella sede centrale dell’armatore, a Genova, e si è trovato di fronte ai vertici dell’azienda: il presidente Gianfranco Messina – che ha risposto alle nostre domande – i due amministratori delegati, il direttore operativo, un consigliere delegato oltre a un consulente esterno.
(…) Dopo lo spiaggiamento vi siete affidati per il recupero della Rosso alla ditta olandese Smit Tak, specializzata secondo la Procura di Reggio Calabria in «bonifiche a seguito di incidenti radioattivi». Come mai? «Era la più grande e famosa impresa del mondo». Dopo 17 giorni, però, le avete tolto l’incarico. Non era la migliore? «Dicevano che avrebbero recuperato la nave, ma era evidente che non ce l’avrebbero fatta. Così abbiamo detto basta».
Parliamo dello squarcio che secondo voi avrebbe portato al quasi affondamento della nave. La Guardia di finanza e Nunziante Cannavale, titolare della ditta che doveva demolire la Rosso, hanno negato che esista. «La falla c’era, eccome». Anche il sommozzatore incaricato ufficialmente di fare un’ispezione non l’ha vista.
«Nessuno poteva vederla. La Rosso era inclinata e la falla era sotto la sabbia».
(…) Che cosa c’era a bordo? «Materiale regolare, tabacco e altre cose.Nove container pieni e 25 vuoti».
(…) Ancora oggi sul fondale di Formiciche i sub hanno trovato una distesa di materiali riconducibili alla Rosso. E questo malgrado la Capitaneria di porto di Vibo Valentia affermi il contrario in un documento. «È pacifico che della roba sia rimasta la sotto. Non lo contesta nessuno». A questo punto si possono ipotizzare nuovi reati, oltre all’affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi: la mancata bonifica e la discarica abusiva… «Questo Io dice uno del Wwf». Questo lo dice anche il presidente della Commissione per il ciclo dei rifiuti, Paolo Russo. «Ne dice di cazzate, Russo… Prima di rilasciare dichiarazioni e sentenze perché non ci ascolta?».
(…) quando è spiaggiata la Rosso conoscevate Giorgio Comerio, il faccendiere che secondo i magistrati proponeva ai governi di smaltire rifiuti radioattivi dentro missili da sparare sotto i fondali? «No, assolutamente». A “L’espresso” risulta che ci sia stata una precedente trattativa tra voi e Comerio per l’acquisto della Jolly Rosso. «Noi trattavamo col dottor Bertone della Navemar, non sapevamo che fosse coinvolto Comerio» (tre ore dopo l’intervista l’armatore cambia versione, ammettendo di sapere che la società con cui trattava agiva per Comerio).
(…) «Non ne sappiamo niente. E le spiego il perché: non siamo mai stati sentiti dai magistrati. Nessuno ci ha considerato per 14 anni e nel frattempo siamo stati sputtanati a oltranza».
(…) Nel 1997 sulla vostra banchina sono stati sequestrati un migliaio di fusti di rifiuti tossici, e nel 1999 il vostro responsabile alla sicurezza, l’ingegner Giuliano Rossetti, è stato condannato. Un brutto episodio… «La verità è che i rifiuti tossico nocivi erano solo residui di lavori di ordinaria manutenzione. Niente di più».

9 settembre 2004
Naufragio radioattivo
I sommozzatori scoprono contenitori e un rimorchio di camion dove si
arenò la Rosso. Intanto la risposta del governo in Parlamento conferma
i molti sospetti dei magistrati. E le denunce de “L’espresso”
di Riccardo Bocca

(…) Per anni la Procura di Reggio Calabria ha svolto tra pressioni e minacce scrupolose indagini, archiviate il 14 novembre 2000 dal giudice delle indagini preliminari. Finché le decine di migliaia di pagine dell’inchiesta sono passate alla Procura di Paola, dove il procuratore capo Luciano d’Emmanuele ha aperto un nuovo fascicolo affidandolo al sostituto Francesco Greco.
(…) E soprattutto è stata resuscitata una gigantesca storia di cui la motonave Rosso è soltanto un piccolo, anche se gravissimo, capitolo. Si tratta del sistema clandestino concordato da alcuni governi, europei e non, per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti tossici. (…) Con due metodi: affondandoli con le navi sulle quali viaggiavano (ipotesi Rosso), oppure stipandoli in missili da sparare sotto i fondali marini. Questo scrivevano a chiare lettere Carabinieri e Guardia di Finanza nelle loro informative. Ed è quello che “L’espresso” ha riferito, augurandosi che la Procura di Paola potesse avere il massimo sostegno nel tentativo di dimostrare il reato di affondamento doloso e occultamento dei rifiuti tossici.
(…) «L’anno 1992, addì 17 del mese di gennaio», si legge in un verbale firmato dal sottotenente di vascello Massimo Barbagiovanni Minciullo, «mi sono recato a Formiciche, dove si è arenata la motonave Rosso. Sul posto ho constatato che il relitto della motonave è stato completamente rimosso dalla spiaggia da parte della ditta Cannavale responsabile dei lavori di demolizione. Nella zona del cantiere sono rimaste solo alcune strutture (una gru, cavi, contenitore, bombole) della ditta suindicata e pochi rottami di ferro».
La realtà che i subacquei della Blue Tek hanno filmato, e di cui “L’espresso” propone in queste pagine alcune immagini, è diversa. Per centinaia di metri («Ma la zona potrebbe essere anche più estesa, visti gli anni passati e le mareggiate avvenute», dicono i sub), si trovano parti del relitto e del suo contenuto.
(…) Valutazioni ora affidate alla Procura di Paola, dove il sostituto procuratore Greco certifica l’importanza dei ritrovamenti: «Confermo che gli elementi individuati sono riferibili alla motonave Rosso», dice: «Procederemo al recupero di tutto ciò che è chiuso per verificarne il contenuto. Il tempo trascorso complica il lavoro, ma indagheremo sopra e sotto la sabbia con la bonifica integrale del sito».
(…) Ma il colpo di scena è venuto dal maresciallo Calvano, il quale ha parlato di «videocassette amatoriali» dalle quali «abbiamo riscontrato che la nave Rosso era scortata dalla Jolly Giallo, altra unità appartenente alla stessa flotta» (“L’espresso” pubblica un fotogramma in queste pagine). Perché? L’ipotesi più probabile, secondo gli investigatori, è che l’equipaggio della Rosso dovesse essere trasferito sulla sorella Giallo prima dell’affondamento per non lasciare tracce, e che l’operazione sia stata ostacolata dal mare mosso. Una tesi su cui il sostituto procuratore Greco dovrà dire l’ultima parola. Intanto la partita si allarga. (…) Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali e il traffico di armi».
(…) La domanda è: perché per anni, mentre la giustizia arrancava tra mille sgambetti, la politica taceva? Il sottosegretario Ventucci, nella sua risposta in Parlamento, non lo spiega. In compenso, mette a fuoco per la prima volta ufficialmente la figura di Giorgio Comerio, l’ingegnere di Busto Arsizio che secondo gli inquirenti proponeva ai governi di mezzo mondo di sparare missili di immondizia radioattiva dentro i fondali marini. (…) Ulteriori indagini della Procura di Brescia hanno evidenziato l’affondamento doloso a Capo Spartivento di una nave, la Rigel, carica di materiale radioattivo. Per tale attività criminosa operava, a livello internazionale, una holding denominata O.d.m. (Oceanie Disposai Management), dedita all’inabissamento in mare di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi coi penetratori, facente capo al Comerio stesso».
(…) Per saperne di più lo snodo centrale resta l’inchiesta della Procura di Paola, ossia il tentativo di provare il reato di affondamento doloso della Rosso e l’occultamento dei rifiuti tossici. Solo così, a catena, potrebbero riaprirsi le quinte di questa assurda storia. Una svolta che potrebbe venire, oltre che dai rilievi sui fondali di Formiciche, anche dai risultati dei prelievi svolti il 16 luglio dal supertecnico Ornelio Morselli a Foresta di Serra D’Aiello (Cosenza), località dell’entroterra dov’è stata scoperta una massiccia presenza di fanghi industriali. La Procura di Paola vuole sapere se questi fanghi provengono dalla motonave Rosso, ossia se dopo 14 anni è stato effettivamente individuato il sito dello smaltimento clandestino. Anche perché, come è in grado di anticipare “L’espresso”, a Foresta ci sono tracce di granulato di marmo: la stessa sostanza presente su altre navi dei veleni affondate misteriosamente. E sempre nell’area di Foresta, raccontano vari testimoni, si è scavato anni fa per prelevare terra e procedere al ripascimento della costa marittima, colpita dall’erosione. Ma guarda caso l’unico punto risparmiato è stato quello dove si pensa siano sepolti i rifiuti nocivi, come mostra anche un’evidente curva della vegetazione. (…)

10 Giugno 2004
Una Nave Rosso Veleno
Un cargo arenato. Due siti sospetti. Un via vai di faccendieri e agenti segreti. Un’inchiesta archiviata e poi riaperta. E il mistero della Rosso finita su una spiaggia calabrese nel 1990. E di altri Naufragi
di Riccardo Bocca

(…) È il 25 maggio del 1995, e in Calabria è in corso da circa un anno un’indagine delicata quanto travagliata. Un lavoro investigativo con al centro l’affondamento di una serie di navi avvenuto nei mari Tirreno e Jonio, ma che al suo interno racchiude molteplici altre ragioni di allarme. Il sospetto degli inquirenti è che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti tossici e radioattivi, e che attorno a questa vicenda, legata a nazioni europee e non, si sia mossa un’impressionante rete di faccendieri, trafficanti d’armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governo e mafiosi. Tutti connessi da affari che in alcuni passaggi s’incrociano con la Somalia e gli eventi che il 20 marzo 1994 sono costati la vita alla giornalista del Tg3 llaria Alpi e all’operatore Miran Hrovatin.
(…) Poi, malgrado le molte certezze acquisite, l’intera questione è stata archiviata dal giudice delle indagini preliminari, e a quel punto le decine di migliaia di pagine sono passate per un errore burocratico alla Procura di Lamezia Terme, presso la quali sono rimaste circa tre anni. Ora La partita è nelle mani della Procura di Paola, dove una serie di nuovi e clamorosi indizi ha con­vinto il procuratore capo, Luciano d’Emmauuele, ad aprire l’ennesimo fascicolo, in­centrato per competenza territoriale so­rattutto su un caso: quello della motonave Rosso della compagnia Ignazio Messina, arenatasi dopo un principio di affondamento il 14 dicembre 1990sulla spiaggia di Formiciche nel comune di Amantea, in provincia di Cosenza. Da qui sono partiti il sostituto procuratore Francesco Greco e la sua squadra per dimostrare il dolo nel tentativo di affondamento e l’occultamento dei rifiuti tossici o radioattivi, reato che in caso di fallimento rischia di cadere in prescrizione.
(…) Tutto incomincia alle ore 7.55 del 14 dicembre 1990, quando il comandante Luigi Giovanni Pestarino della motonave Rosso lancia il suo mayday. In quel momento la nave si trova al largo della costa di Falerna località a 15 chilometri da Amantea, in provincia dì Catanzaro. Alle spalle ha un viaggio nel Mediterraneo: è salpata dal porto di La Spezia il 4 dicembre facendo prima scalo a Napoli e poi a Malta, da dove è ripartita il giorno 13. “Verso le 7 del mattino, racconta Pestarino durante un interrogatorio, sento un colpo proveniente dallo scafo sul lato sinistro, mi precipito sul ponte, ho mandato subito il marinaio a controllare re la stiva e il garage e successivamente ho inviato anche il primo ufficiale di coperta. In quel momento, dice il comandante, è scattato l’allarme per la presenza di acqua nella nave, e “il primo ufficiale ed il marinaio, tornati sul ponte mi informano di aver riscontrato l’acqua in stiva, presumibilmente dovuta a una falla ma non visiva”. La nave intanto continua a galleggiare ma sbanda, prima poco e poi sempre di più, finché il timone non risponde e a motori fermi non resta che attendere i soccorsi, sparando segnali luminosi e tenendosi in contatto con la Capitaneria. Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell’equipaggio (più Domenico De Gioia, uomo della Messina, presente ma non registrato a bordo) vengono recuperati da due elicotteri che li portano all’aeroporto di Lamezia Terme, da dove vengono trasferiti all’ospedale civile. Nel frattempo anche la nave si è mossa. Invece di affondare, come tutti pensavano, ha proseguito la sua incerta navigazione fino ad arenarsi sulla spiaggia di Formiciche. E qui si trova subito al centro di movimenti e decisioni singolari.
(…) Il primo, scrive la guardia di Finanza, è che nel 1997 il comandante Pestarino ha di nuovo sostenuto che una falla era effettivamente presente in un locale della nave». E il secondo, si legge nel documento, che questo particolare (determinante in quanto indizio di un naufragio involontario) viene smentito da Nunziante Cannavale, titolare della ditta che si occupò della demolizione della Rosso, il quale ha dichiarato; “Non siamo stati in grado di stabilire da dove poteva entrare l’acqua, e questa domanda ce la siamo posta anche più volte senza riuscire a darci una risposta”. Una versione in sintonia con quella del sommozzatore incaricato dal Registro Navale Italiano di fare un’ispezione alla Rosso, il quale nega qualsiasi falla. E la riprova viene oggi da una videocassetta amatoriale, realizzata a Formiciche nei giorni dopo lo spianamento e acquisita agli atti dalla Procura di Paola. Il filmato, visionato da “L’espresso”, mostra che le fiancate della motonave al momento dello spiaggiamento erano integre, e che quindi la falla ipotizzata non c’era. E’ con tali prove che oggi si ritiene possibile sostenere l’accusa di affondamento doloso.
E proprio in questo senso è importante la dichiarazione della Guardia di Finanza, secondo cui in considerazione della totale assenza di falle o vie d’acqua, l’unica spiegazione plausibile per l’ingresso di acqua all’interno della nave è l’accidentale o dolosa apertura della tubatura antincendio che corre lungo tutta la lunghezza deìla nave.
(…) Di sicuro c’è solo che alle 2 del pomeriggio del 14 dicembre 1990 la Rosso si arena a Formiciche, sollevando grande curiosità tra gli abitanti della zona. Una curiosità mista preoccupazione, perché i precedenti della Rosso, quando ancora si chiamava Jolly Rosso, erano celebri e cupi. Nel 1988 la motonave era stata noleggiata dal nostro governo per andare a recuperare in Libano 9 mila 532 fusti di rifiuti tossici nocivi, esportati illegalmente da aziende italiane, e tornando in patria si era conquistata il nomignolo di “nave dei veleni”, restando poi in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio dell’89 al 7 dicembre del ‘90. Il timore istintivo era dunque che anche stavolta il carico della nave potesse essere perico­oso, e che inquinasse la costa. Un’ ipotesi allora non supportata da prove, ma che oggi gli inquirenti considerano plausibile. Non a caso nei giorni successivi allo spiaggiamento, attorno e a bordo della Rosso si scatena un impressionante traffico. Alle 5 di mattina del 15 i carabinieri già ispezionano la motonave con i militari della Capitaneria di porto di Vibo Valentia. Lo stesso giorno accorrono i vigili del fuoco e poi salgono a bordo i «rappresentanti della società armatrice Messina. Un’ulteriore presenza è quella della Guardia di Finanza. E a tutti questi interventi si aggiungono gli agenti dei servizi segreti» di cui parla a verbale Giuseppe Bellantone, comandante in seconda della Capitaneria di Vibo Valentia. Alla fine, malgrado tante attenzioni, nessuna inchiesta formale viene aperta dal ministero della Marina mercantile, mentre i sospetti sul carico della nave anziché svanire aumentano.
(…) L’altro lavoro che qualcuno ha svolto prima della demolizione della Rosso (avvenuta malgrado la nave avesse solo 22 anni di vita) è stato quello di aprire uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva, «Detto squarcio», riferisce ai Carabinieri il Cannavale, non era assolutamente visibile da terra, e a suo dire si era potuto verificare solo dopo che la nave si era arenata. E chiaro, dicono i Carabinieri, che tale apertura è servita “per fare uscire dalla stiva qualcosa di importante e voluminoso, e con assoluta certezza si può dire che la “manomissione” è stata fatta con professionalità e mezzi in possesso delle ditte intervenute prima della demolizione». Circostanza aggravata dal fatto che sul fondale marino vengono rinvenuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre container, malgrado “non ci si spieghi come abbiano fatto a spostarsi da soli verso lo squarcio e a cadere in mare, considerato che la nave insabbiata non era soggetta a movimenti né longitudinali né tra­versali” scrive la Guardia di Finanza. Inoltre, si legge, “Corre l’obbligo di segnalare che nel rapporto riassuntivo della Capitaneria di Porto di Vibo i container vuoti stivati a prua del garage vengono quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e tre nel fondo del mare in corrispondenza dello squarcio . Qual era dunque la reale entità del carico? E che fine hanno fatto i cinque container mancanti all’appello?
(…) Nei giorni dopo lo spiaggiamemo della Rosso, però, va sottolineato un altro fatto incredibile, che modi­fica la prospettiva degli eventi e li collega a nomi e scenari di livello internazionale. Protagonista è ancora una volta Bellantone, il comandante in seconda della Capitaneria di Vibo, il quale sulla plancia della motonave rinviene strano materiale. Si tratta di una serie di documenti che, dice lui stesso, «richiamavano la natura della radioattività» ed erano introdotti dalla sigla O.d.m., ossia Oceanic Disposal Management Inc., società creala da un certo Giorgio Cornerio, nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1945. Tra queste carte, ha spiegato il procuratore capo Scuderi, c’era pure una mappa marittima con evidenziati una serie di siti.
(…) Nel ’95, durante una perquisizione nella villa dello stesso Comerio a Garlasco (Pavia), sede in quel momento di un club di Forza Italia, viene trovata la riproduzione del materiale scoperto dal Bellantone sulla Rosso. Mappa compresa, che sulla copia ereditata dei magistrati di Paola riporta i nomi di una lunga serie di navi affondate nel Mediterraneo.
(…) Lo stesso Comerio viene indicato il 25 ottobre 2000 dalla Commissione parlamentare come «faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia». Un elemento che si aggiunge all’esito della perquisizione nella villa di Garlasco, dove oltre ai citati documenti dell‘ O.d.m. viene rinvenuta l’agenda di Comerio, sulla quale il 21 settembre 1987 c’è scritto in inglese: «La nave è affondata». Un chiaro riferimento alla maltese Rigel, che proprio quel giorno fece naufragio al largo di Capo Spartivento e che secondo Scuderi non solo si sospetta trasportasse rifiuti radioattivi, ma «è implicata in una vicenda truffaldina ai danni della società di assicurazione». Anche la Rosso al momento dello spiaggiamento era assicurata: dalla S.i.a.t, per un valore di 2 miliardi 500 mila lire. E anche la società Ignazio Messina, armatrice della motonave, dopo “l’incidente” ha incassato la polizza.
(…) D’altro canto, che i vertici della Ignazio Messina e Comerio si conoscessero lo dimostra la trattativa che secondo la Guardia di Finanza ci fu nel giugno 1988 tra la società Navimar, rappresentante della Comerio Industry of Malta, e la Ignazio Messina per l’acquisto della Jolly Rosso: la stessa motonave che sarebbe poi divenuta Rosso e si sarebbe spiaggiata coi documenti dell’ O.d.m. a bordo. Comerio, scrivono i finanzieri, voleva acquistare la nave per trasformarla in una sorta di officina e la Ignazio Messina confermava di voler la vendere per 1 miliardo 50 milioni di lire, comunicando però successivamente che rinunciava per scadenza dei termini.
(…) Per questo oggi è cruciale il lavoro del sostituto procurature di Paola, Francesco Greco. A distanza di anni qualcuno ha parlato, e ripensando allo spiaggiamento della Rosso ha riferito episodi, definiti dai Carabinieri, estremamenie importanti. Un testimone oculare, ad esempio, ha detto che “dopo circa due mesi dall’avveduto spiaggiamento, iniziarono i conferimenti di rifiuti provenienti dalla motonave Rosso presso la discarica in località Grassuilo (nel comune di Amantea, provincia di Cosenza). Tali conferimenti avvenivano di giorno, e ogni automezzo veniva scortati dalla Guardia di Finanza o dai vigili urbani. Negli stessi giorni (il testimone) notò effettuare scarichi presso la discarica che avvenivano di notte e senza scorta da parte degli organi di polizia. Tale materiale la mattina successiva veniva subito interrato con l’utilizzo di mezzi meccanici. “In particolare, scrivono i Carabinieri, il testimone riferiva che sarebbe tuttora in grado di indicare con estrema precisione il punto in cui furono sotterrali tali rifiuti, che si troverebbero a una profondità di circa 40 metri”. Ma c’è dell’altro. Un secondo testimone ha raccontato di aver visto i camion che la notte partivano dalla Rosso e arrivavano a scaricare in località Foresta (comune di Serra D’Aiello, provincia di Cosenza). Qui lo scorso aprile sono stati effettuati con l’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) sondaggi su un’area di 10 mila metri quadrati a circa otto metri di profondità, dai quali è risultata la massiccia presenza di fanghi industriali. “Successive analisi chimiche, ha scritto il sostituto procuratore Greco alla Regione Calabria, hanno evidenziato in questi fanghi la presenza di alcuni metalli pesanti in concentrazioni tali da potersi configurare un pericolo concreto ed attuale per il suolo, sottosuolo e corpi idrici, con il superamento dei limiti accettabili di inquinanti”. Durante i rilievi, un terzo testimone ha inoltre ammesso di aver trovato nel 1999 fusti gialli arrugginiti nella briglia del fiume Oliva, contigua alla zona sondata. In seguito il testimone ha negato, tornando però poi ad ammettere di avere visto un fusto.

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