
Caro Padellaro,
il commento alla mia lettera non meriterebbe risposta alcuna , tanto il travisamento è manifesto e grave.
(IL COMMENTO è USCITO SUL FATTO QUOTIDIANO DEL 28 APRILE 2010)
ure, e per esclusivo rispetto dei lettori del “Fatto” è opportuno precisare che :
a) la sentenza di Monza che mi riguarda , pur scritta malamente , in un punto è chiara e non si presta a letture alternative : “Il finanziamento va all’associazione Italia dei Valori e non a Antonio Di Pietro , Susanna Mazzoleni e Silvana Mura personalmente (…) La questione relativa alla legittimità o meno dell’erogazione del finanziamento pubblico all’associazione Italia dei Valori esula dal presente giudizio “. La sentenza di primo grado rileva infine che “ la lesione della reputazione è stata minima “ e questo perché “ la circostanza , riferita da Veltri , che il finanziamento vada a Di Pietro , alla Mazzoleni e a Silvana Mura è riferita in un contesto nel quale si parla dell’Associazione Italia dei Valori composta dai medesimi soggetti ( Di Pietro , Mazzoleni e Mura )”;i soldi pubblici vanno alla associazione di Di Pietro , Mazzoleni e Mura ; non c’è altro da dire ;
b) in alcun modo una sentenza civile su fatti di asserita diffamazione potrebbe mai “accertare” o statuire la legittimità di siffatte operazioni ; e tanto meno che la Camera dei Deputati effettui controlli di natura sostanziale ;
c) come ben sapete , infatti la Camera dei deputati paga sulla base della c.d. “apparenza del diritto”, cioè sulla base di semplici auto dichiarazioni , come si legge nei piani di ripartizione dei fondi e negli innumerevoli provvedimenti che sono seguiti alle inutili richieste di controllo più approfondito. A questo proposito cito la premessa dei revisori che viene ripetuta ogni anno:”Il Collegio limita la propria indagine al rispetto formale degli obblighi previsti dalla legge. Il controllo non si è quindi esteso alla verifica della corrispondenza dei fatti gestionali con l’effettiva situazione gestionale, né tanto meno al riscontro di eventuali omissioni di carattere sostanziale nelle rilevazioni contabili”(*). Io ne denunciavo la inconsistenzaieri e lo faccio anche oggi;
d) è singolare che “Il Fatto” , che ha lamentato che il senatore Schifani abbia avanzato ingenti richieste di danni in sede civile proprio per evitare l’accertamento che sarebbe stato compiuto in sede penale , oggi tenti sbandierare per Di Pietro presunti “accertamenti” di fatti di rilevanza penale tramite sentenze civili assai sommarie e del tutto inidonee ad escludere i fatti di cui sopra .
Concludo con una domanda : “Il Fatto” ritiene possa essere assai grave che fondi pubblici elettorali diretti a un partito vengano percepiti da una associazione “familiare” di tre persone ? Se a voi così sta bene, in effetti non v’è altro da aggiungere. Elio Veltri
(*)nota: Rapporto dei Revisori dei Conti anno 2006 e successivi “ Nel controllo di conformità alla legge della redazione dei rendiconti, delle relazioni e delle note integrative questo Collegio ha limitato la propria indagine al rispetto formale degli obblighi informativi previsti dalla legge ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti esaminati secondo lo schema legale. Il controllo non si è quindi esteso alla verifica della corrispondenza dei fatti gestionali rilevati nei documenti con l’effettiva situazione fattuale, né tanto meno, al riscontro di eventuali omissioni di carattere sostanziale nelle rilevazioni contabili, ritenendo tali indagini non rientranti nella competenza di questo collegio”.
Caro Direttore,
“Il Fatto” di giovedì 22 aprile, che dedica una intera pagina alle consuete e strabilianti vittorie giudiziarie di Di Pietro svela finalmente quello che è il paradosso, che al “Fatto” pure sembra normale: decine di milioni di euro di fondi pubblici elettorali, dal 2001 ad oggi, che finiscono sul conto corrente intestato ad una associazione privata, composta dal 2004 in avanti da Di Pietro, moglie e fiduciariae non al Movimento politico che ne porta lo stesso nome .
Questa dovrebbe, nella normalità dei casi, essere la notizia. In Inghilterra, in una situazione meno grave, i fondi elettorali deviati dalla destinazione loro propria hanno sollevato una scandalo senza fine. In Italia invece la notizia la fanno le condanne per diffamazione del Tribunale di Monza.
A Di Pietro per tre articoli di stampa vengono liquidati circa 400 mila euro, somme che nessuna vittima di reati gravi e continuati (bancarotta, violenza, stupro) potrebbe neppure mai immaginare, per giunta dopo anni di faticosa costituzione di parte civile nei processi. Una di queste sentenze riguarda in effetti anche me: per aver dichiarato che i fondi del finanziamento pubblico vanno “a quei tre” e non alla associazione composta “da quei tre”, cioè Di Pietro, moglie e fiduciaria, che ne costituiscono la “totalità” ed esclusività dei soci. Imperdonabile imprecisione. Vedrà la Corte di Appello. Il Tribunale di Monza, che pure dichiara vero il fatto che i soldi pubblici vanno alla associazione (non mi sbaglierò più, prometto) composta da “quei tre”, pudicamente afferma anche di non volere esprimere alcuna valutazione “sulla legittimità o meno” di tali operazioni che io definisco scandalose.
Si tratta diuna associazione di tre persone che ha lo stesso nome del partito, al quale sono destinati per legge i finanziamenti pubblici dei rimborsi elettorali, che invece privata. Cosa possibile perché la Camera, e non solo per l’Italia dei Valori, svolge il ruolo di ufficiale pagatore ma non controlla. Il che non sminuisce le responsabilità di chi si rende responsabile di operazioni di questo tipo.
In tutto questo i giudici di Monza non danno una bella impressione o obbligatorio interrogarsi quanto meno, dati tali premesse, se la destinazione di fondi enormi sia compatibile con la legislazione vigente che assegna ai partiti politici e solo ad essi i rimborsi elettorali quali finanziamenti di scopo. Le questioni che pongo d’altronde hanno una rilevanza costituzionale tale da avere impegnato a suo tempo alcune delle personalità più significative alla Costituente. Possibile che in questa Italia decadente gli “intoccabili” restino sempre tali? Un’ultima cosa infine: per il pagamento delle somme liquidate nella sentenza di Monza io risponderei, sì e no, per un ottavo.
Eppure Di Pietro e il presidente del suo organo di garanzia del partito, Scicchitano, che fa anche il suo avvocato e che forse avrebbe speciali doveri di vigilanza su questi fatti, vogliono invece tutto e subito dal sottoscritto, persona fisica, che loro sanno bene non ha ovviamente un centesimo dei soldi che ha Di Pietro, invece che rivalersi sul Giornale e hanno minacciato l’esecuzione forzata nei miei confronti. Il che rende evidente che la loro preoccupazione non è l’odiato nemico giornale di casa Berlusconi, ma sono io e in nome della libertà di stampa e della trasparenza proclamata, mi vogliono ridurre al silenzio chiudendomi la bocca.