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L’ IMPRENDITORE edile che faceva da cerniera tra i capi della mafia di Gela, la politica e l’ economia forniva calcestruzzo per alcuni dei più importanti appalti pubblici nell’ Isola: a cominciare dal megaparcheggio ormai in via di ultimazione davanti al palazzo di giustizia di Palermo. Con la ditta romana “Safab”, aggiudicataria dell’ appalto, Sandro Missuto, 31 anni, aveva uno speciale “connubio affaristico”. Così hanno scritto i magistrati della Dda di Caltanissetta, guidati dal procuratore Sergio Lari e dall’ aggiunto Domenico Gozzo, nell’ ordinanza di custodia cautelare con la quale hanno chiesto e ottenuto l’ arresto dell’ imprenditore ritenuto in stretti rapporti con il capomafia di Gela Daniele Emmanuello, ucciso dalla polizia durante un tentativo di fuga nelle concitate fasi della sua cattura. Il nome di Sandro Missuto era scritto su uno dei “pizzini” che il latitante aveva ingoiato nella fuga e che è stato poi recuperato dai medici legali nel corso dell’ autopsia sul cadavere di Emmanuello. Da quei pizzini è scaturita l’ indagine che ieri ha portato all’ emissione di 12 ordini di custodia cautelare, 11 dei quali notificati in carcere a membri del clan Emmanuello già detenuti. Un’ indagine che apre uno squarcio sui rapporti tra cosche, imprese e politica e che riaccende i riflettori su un’ azienda, la Safab appunto che era già entrata nell’ inchiesta sulla strage di via D’ Amelio per un ufficio sito proprio nella strada in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino. Ieri gli uffici palermitani dell’ azienda romana, che nel giro di qualche settimana dovrebbe consegnare il parcheggio multipiano realizzato davanti al tribunale di Palermoe la cui quota di posti auto privati sono già stati tutti venduti da tempo a prezzi consistenti, sono stati perquisiti dagli investigatori della polizia a caccia di ulteriori riscontri del legame tra l’ azienda, che a Palermo si è aggiudicata anche le gara per la costruzione del termovalorizzatore di Bellolampo, e l’ imprenditore gelese Missuto, le cui due imprese di calcestruzzi, la Igm e la Icam sono state poste sotto sequestro. Ma la Safab era interessata anche alla realizzazione della rete irrigua di Cavazzini a Catania e dell’ invaso Desueri di Gela nonché nel rifacimento di numerose reti irrigue. Secondo i magistrati gelesi, Missuto curava la “messa a posto” della Safab con le famiglie di Cosa nostra dei territori in cui l’ azienda romana si aggiudicava lavori che poi subappaltava quasi in esclusiva alle ditte gelesi. L’ inchiesta ha portato alla luce una impressione sequenza di estorsioni a tappeto a imprese e commercianti gelesi, l’ imposizione di assunzioni, fino al controllo diretto, in alcuni casi, delle aziende. Ad assumere un ruolo di spicco nella gestione del clan l’ anziana madre del boss Daniele Emmanuello, Calogera Pia Messina, di 81 anni, la ” Zì Calina”, indagata per associazione mafiosa. A lei venivano periodicamente consegnati gli incassi illeciti della “famiglia”, a lei si rivolgevano le vittime del racket e persino uomini politici. In una intercettazione telefonica, un consigliere comunale di Gela le chiede di intervenire con tutta la sua autorevolezza perché il proprio fratello, imprenditore, in regola coi pagamenti al racket, era stato picchiato e aveva subito un’ estorsione da un mafioso, Angelo Bassora, la cui moglie (sua dipendente) era stata da lui licenziata per assenteismo. Un altro politico, un professionista ex consigliere provinciale, viene intercettato mentre si rivolge a Carmelo Billizzi, “reggente” a Gela della cosca, durante la latitanza di Daniele Emmanuelo. Chiede di concedere una rateazione del “pizzo” al proprio cognato, un commerciante di complementi d’ arredo, che versa in difficili condizioni economiche.
ALESSANDRA ZINITI