Da Gela imponevano il pizzo anche a Milano. “Volevano uccidere il sindaco Crocetta”

la Repubblica

Stroncato sul nascere il tentativo di ricostruzione del clan Emmanuello
Per la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta il pericolo era “imminente”
Nel mirino anche un imprenditore locale impegnato nella manutenzione dell’acquedotto milanese, avrebbe dovuto pagare periodicamente 15mila euro ai boss ma si era sempre rifiutato

GELA (CALTANISSETTA) – Volevano colpire duro. E dare un segnale forte ai politici e agli imprenditori più impegnati sul fronte della lotta alla mafia a Gela. Le indagini, coordinate dalla procura distrettuale antimafia di Caltanissetta, hanno permesso di stroncare sul nascere il tentativo di ricostruzione del clan Emmanuello. I boss stavano preparando un attentato per uccidere il sindaco di Gela, Rosario Crocetta e alcuni imprenditori, che negli ultimi anni hanno collaborato con le forze dell’ordine e la magistratura nella lotta al racket delle estorsioni. Il gruppo mafioso, che fa capo a Cosa nostra, è strutturato in organismi territoriali che operano unitariamente, o in stretta collaborazione, in varie zone del territorio nazionale e all’estero.

Gli arresti. Le manette sono scattate ai polsi di Maurizio Saverio La Rosa, di 40 anni e Maurizio Trubia, di 41, entrambi di Gela. Per i due l’accusa è di associazione mafiosa e di estorsione: hanno imposto il pagamento del “pizzo” a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano. Decisive, oltre alle intercettazioni, anche le dichiarazioni del pentito Carmelo Barbieri, ex reggente della cosca nissena, che da qualche tempo ha iniziato a collaborare con i pm.

Il piano. Gli investigatori sono riusciti così a scoprire anche i piani di morte dei boss, intenzionati a giustiziare il sindaco, da tempo nel mirino della mafia per le sue campagne di stampa e le iniziative amministrative per riaffermare la legalità nella sua città.

“Attentati imminenti”. L’omicidio era stato messo a punto proprio da La Rosa con la collaborazione di altri mafiosi delle cosche gelesi, che da tempo si erano trasferiti in Lombardia. Ma la condanna a morte era stata decretata anche per un imprenditore, che aveva denunciato le richieste di pizzo per alcuni lavori che doveva compiere a Milano. Secondo gli investigatori il pericolo degli attentati era “imminente”.

Il pizzo. Il clan mafioso, hanno accertato gli investigatori, aveva imposto il pagamento del “pizzo” ad una impresa siciliana che era impegnata nei lavori di manutenzione dell’acquedotto milanese. L’impresa di Gela era impegnata a Milano con lavori per conto della società Metropolitana milanese spa, che ha la gestione di quell’acquedotto.

Il “No” dell’imprenditore. La Rosa e Trubia, in occasioni diverse, avevano imposto il pizzo all’imprenditore impegnato a Milano, comunicandogli di essere i responsabili della famiglia mafiosa di Gela. Una tangente da 15mila euro che doveva essere versata periodicamente nelle mani dei boss al quale l’imprenditore si è opposto, rifiutando di pagare. I due indagati dovranno pure rispondere dell’aggravante di aver fatto parte di un’associazione armata, che aveva disponibilità di esplosivo ed armi.

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