la Repubblica
Il parroco di San Giovanni: “Qui si semina ogni giorno, ma è dura…” Su 2.500 abitanti del quartiere dormitorio oltre 1.700 sono seguiti dai servizi sociali
di Massimo Calandri
Quando ti dicono che il Cige sta alla Diga come il Principato di Monaco a Ventimiglia, hai la sensazione di essere preso in giro. Poi sali lungo via Maritano sotto il sole, e insieme al riverbero dell´asfalto ti si appiccica addosso una strana desolazione. Intravedi un mazzo di fiori sulla sinistra, dove qualche ora prima quel balordo ha travolto ed ucciso un ragazzo. E dopo sale una malinconia di tornanti e cemento, di prigioni dai colori pallidi e malati, ciuffi d´erba e ghiaia, carcasse d´auto e motorini bruciati. Alla Diga è soprattutto il senso del vuoto, che ti prende. Per strada non c´è quasi nessuno. E non ci sono negozi. Non ci sono spazi per bambini, avete presente le altalene o quelle casette colorate o almeno uno scivolo? Niente. Non ci sono vasi di fiori alle finestre. Non c´è neppure l´ombra, perché tra le case mancano gli alberi, le siepi. Solo vuoto e silenzio. Dimentichi persino gli odori. Sembra tutto così costruito, artefatto. Grigio.
Resisti fino in cima, e prima della chiesa di San Giovanni Battista trovi solo un supermercato e una farmacia. Il parroco allarga le braccia: «Seminiamo ogni giorno. Ma è dura», taglia corto. Giù da via Linneo comincia il Cige, che per i ragazzi della Diga è come il Principato. Capirài, c´è persino qualche negozio intorno al campo sportivo di ValTorbella. E un bar, finalmente. Un panificio. Un parrucchiere. Ci sarebbe anche un circolo, ma dopo l´omicidio dell´altra settimana è chiuso.
Benvenuti a Begato. Un quartiere al participio passato. Dimenticato. Abbandonato. Sfortunato. Sempre indietro di qualche giro nella giostra del tempo. Duemilacinquecento abitanti, 1.723 persone seguite dai servizi sociali. Un dormitorio che la Caritas ha definito «discarica», raccontando in una ricerca che «ci si vive asserragliati, come sospesi nel mondo. Gli abitanti vivono in uno stato cronico di paura, taglieggiati anche nel prendere l´ascensore».
L´ascensore-simbolo è appunto quello della Diga, quello che un agglomerato d´alveari alti fino al cielo, e che non funziona mai. Sabato scorso due ministri del cosiddetto governo-ombra, i parlamentari Marco Minniti e Roberta Pinotti, vi sono rimasti chiusi dentro per venti minuti buoni: prigionieri, proprio loro, che volevano rendersi conto del degrado della. «Ma io li avrei fatti tornare anche il giorno dopo. Tutti i giorni, li farei venire qui. A farsi quindici piani a piedi con la spesa». Chissà come fa, questa signora di quasi settant´anni, a prenderla con il sorriso. Ci fa strada nell´ingresso del palazzo che puzza d´orina, dà un´occhiata alla posta – le ante delle cassette sono state tutte divelte -, indica quel che resta dei citofoni, con i fili elettrici strappati, mostra sconsolata i muri con prevedibili scarabocchi tracciati con la fiamma degli accendini.
Mimmo il calabrese gestisce l´edicola. «Ma qui, di giornali se ne vendono pochi. Anche oggi, che i quotidiani raccontano dell´incidente di quel ragazzo. Poveretto, lo conoscevo bene. Ma questo quartiere è così: sfortunato. Segnato, per sempre».
Alla fermata del “270” c´è Francesca Oliveri. Pensionata palermitana, da 22 anni paga 370 euro al mese per 80 metri quadri. «E vivo reclusa in casa. In questo quartiere che non è un dormitorio, è una prigione. Esco per andare al supermercato. Tutto qui. Che altro potrei fare? Non c´è una piazza, un posto dove fare una passeggiata, incontrasi, un punto di aggregazione. Mi basterebbe uscire per mangiare un gelato. L´ultima volta che l´ho fatto, è stato l´estate scorsa. E´ venuto a prendermi mio figlio, e mia ha portata in città». Allora si era subito resa conto della “schifezza” dov´era finita. «Ma gli amministratori promettevano cambiamenti, investimenti, miglioramenti. Come adesso».
Adesso che la Vincenzi ha promesso di riportare la Diga ad una dimensione più «umana», adesso che l´accordo di programma per le politiche abitative (più Regione, e Comune) dovrebbe portare uno stanziamento di nove milioni e mezzo di euro. «Ah sì?».
Diga è perfetto. Perché questa è proprio una diga di nome e di fatto. Anche se molti hanno ancora voglia d´offendersi, e ne fanno una questione di termini: la Diga la si deve chiamare Diamante, il Cige è ValTorbella. «A me non importa nulla. Tanto, è lo stesso. Qui alla Diga non c´è nulla, non c´è mai stato nulla. Una volta, da bambini, andavamo a giocare in quei prati laggiù. Ma poi hanno smesso di tagliare l´erba. E hanno costruito un´altra strada. Da allora, se voglio vedermi con gli amici me ne vado fino al Cige. Al circolo. Laggiù è tutta un´altra cosa. Cioè, niente di eccezionale, d´accordo. Ma a me basta».
Simone Callà se ne sta seduto sul sellino dello scooter, la gamba fasciata. Al circolo l´altra notte s´è beccato la revolverata di Giuseppe Brancato, un altro del quartiere, che si faceva largo tra la folla dopo avere ammazzato. Ha 23 anni, Simone. Il proiettile gli ha lesionato il muscolo, riprenderà a camminare tra un paio di mesi. «Tanto, sono disoccupato». E la fidanzata diciottenne, che è accanto a lui. «Anche io sono ferma. Ferma, nel senso che aspetto di lavorare». Ferma, come questo quartiere così vuoto.