Il racket delle estorsioni in azione anche a Genova

Il Secolo XIX

Il pizzo a Genova non è più un’ipotesi da dossier segreto, una leggenda metropolitana, un mistero capace solo di alimentare angosce senza un nome e senza prove certe. La mafia è a Genova, con l’accento delle intimidazioni che non ammettono repliche e le armi delle ritorsioni contro chi osa ribellarsi: la benzina, il fuoco. Non si conoscono, ancora, i connotati geografici, nazionali o internazionali, dell’organizzazione. Ma martedì notte la mafia ha deciso di uscire allo scoperto a Sestri Ponente, incendiando un negozio di abbigliamento, dopo mesi di estorsioni riuscite e un primo timido, disperato tentativo di opposizione da parte del titolare, un commerciante di sessant’anni, una quarantina dedicati con successo agli affari nel settore dei bar e dei locali pubblici. Indagano i carabinieri, ora. Sullo stesso negozio indagava da settimane la polizia. Sulla base di una soffiata: «Quel negoziante paga il pizzo, ottocento, mille euro ogni mese da quasi un anno. E non sarebbe il solo».

UN’INCHIESTA riservata, agli esordi, basata su voci attendibili, drammaticamente fondate come hanno confermato le fiamme divampate alle prime ore di ieri. Italiani, «accento meridionale» con ogni probabilità in stretta collaborazione con giovani di origine albanese, si sarebbero spartiti il territorio del Ponente genovese. E da qualche tempo avrebbero cominciato ad allungare le mani anche sul centro, partendo da alcune zone di Castelletto, come dimostrano le indagini, discrete ma a tappeto, portate avanti nella zona dai carabinieri. Secondo la ricostruzione dei vigili del fuoco di Multedo a Sestri, in piazza Tazzoli, è andata così. Un uomo, forse due uomini, si sono introdotti nel negozio passando dal retro. Hanno scavalcato un cancello e forzato, con abilità, senza fare troppi rumori, la serratura di una porta di servizio. Due latte piene di benzina, trovate quando il fumo si è dissolto, e un accendino hanno fatto il resto. All’una e trentotto la chiamata al centralino dei vigili del fuoco. «Fumo dalla finestra di un caseggiato».
Il caposquadra Tomaso Di Francesco e i suoi uomini arrivano in pochi minuti. Con gli autoprotettori entrano nel negozio, su due piani, scassinando il lucchetto della saracinesca dell’ingresso principale. Al piano terra i vestiti stanno bruciando. Al primo piano le fiamme non sono ancora arrivate ma il fumo nero e il calore sì. L’intervento dura due ore. I lampeggianti illuminano a giorno questo rione della Sestri storica, tra il commissariato di Polizia e la chiesa dell’Assunta, a pochi metri da via Sestri, il cuore del commercio e del passeggio del ponente. Finito il lavoro delle autobotti, entrano in campo gli esperti della scientifica e della squadra di polizia giudiziaria dei vigili del fuoco: sono loro a saper trovare gli indizi, quando il confine tra un incendio doloso e uno accidentale non è così marcato.
Nel negozio di piazza Tazzoli basta un minuto a dare il senso a tutto: due lattine di cherosene vengono trovate in mezzo a una delle ceste di vestiti a buon prezzo, la specialità dell’emporio. Nessun messaggio se non quello affidato alle fiamme. Un messaggio chiaro che il destinatario ha raccolto e forse si aspettava quando dopo l’ultima richiesta di denaro aveva risposto: «No, andate via. Non ho più un euro per voi». Arrivavano sempre alla fine del mese. Volto coperto dal casco. Giovani. Risoluti. Notizie precise su abitudini e familiari. «C’è qualcosa per gli amici?», la parola d’ordine per farsi allungare una mazzetta avvolta in un giornale. Secondo quanto raccolto finora dagli inquirenti, l’organizzazione potrebbe non essere internet(http://www.tuteladelcommerciante.it/) siamo pronti a raccogliere tutte le segnalazioni, anche anonime, a metterle a disposizione delle forze dell’ordine e a dare il nostro supporto legale».
Nei prossimi giorni, proprio a Sestri, il Sinalco darà vita a un volantinaggio per le vie del quartiere, per smuovere le coscienze e invitare le vittime della mafia a farsi avanti. La criminalità organizzata a Genova non è mai stata sinonimo di pizzo, anche negli anni in cui la sua presenza nel capoluogo ligure era radicata e ben documentata, come dimostrano gli omicidi degli anni Novanta e i processi che sono seguiti. Il taglieggiamento dei commercianti avveniva con lo strumento dei videopoker, del gioco d’azzardo, una rete di assoggettamento che è stata scoperta e sgominata a suo tempo.
Il ritorno della mafia era stato svelato dall’ultimo rapporto della Dia, la Direzione investigativa antimafia, che evocava per la Liguria «evidenti infiltrazioni di associazioni mafiose», a Genova e Imperia in particolare. Stupefacenti e prostituzione, con investimenti nell’edilizia, diceva il dossier. Ora su Genova si allunga anche l’ombra del pizzo, la parola che nessuno pronuncia e che la mafia ha scritto con il fuoco.

Graziano Cetara

 

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