di Redazione Libera
La lettera del senatore pubblicata martedì 11 settembre sul “Corriere della Sera” e’ intrisa di livore e disprezzo nei confronti dell’attuale Procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, operatore di giustizia e servitore dello Stato che ha pagato prezzi altissimi, ma che ha anche ottenuto successi determinanti nel contrasto a Cosa Nostra.
I giudizi del presidente Cossiga sono generici sberleffi e per tanto non sono ne’ argomentati ne’ fondati.
Il senatore a vita nella sua lettera definisce Caselli il ”persecutore” di Andreotti, ma dovrebbe esser chiaro che la persecuzione avviene nel momento in cui c’e’ un accanimento immotivato verso un imputato innocente.
Ricordiamo al senatore a vita che, benche’ i reati contestati ad Andreotti siano caduti in prescrizione per i troppi anni passati, i fatti restano: il leader dc aveva rapporti con i capi di Cosa nostra, almeno fino alla primavera del 1980. Null’altro ha fatto quindi Caselli se non il proprio dovere. Ancora una volta, allora come oggi il lavoro e l’impegno di Giancarlo Caselli sono uno stimolo e un esempio per tutti noi che di contrasto alle mafie ci occupiamo.
Il passaggio in cui, in poche righe, vengono collegati il gen. Dalla Chiesa, Giancarlo Caselli e il giudice Giovanni Falcone lascia veramente esterrefatti. Una provocazione talmente gratuita da rendere qualsiasi parola di commento superflua. Ricordiamo soltanto che Libera nacque il 25 marzo 1995 con l’intento di sollecitare la societa’ civile nella lotta alle mafie e promuovere legalita’ e giustizia e che Giancarlo Caselli, con uno scatto di impegno che superava il proprio dovere istituzionale, fu tra i promotori di questa avventura che oggi coinvolge oltre 1300 realta’.
La lettera di Francesco Cossiga non aiuta chi, ogni giorno, tra mille sacrifici e difficolta’, si impegna affinche’ la legalita’, la giustizia e l’uguaglianza diventino la base di una societa’ civile. Sembra piuttosto l’ennesimo favore fatto alle associazioni criminali.
Don Luigi Ciotti
Don Tonio Dell’Olio
Il testo della lettera al Corriere della Sera di Cossiga:
Caro direttore, non avrei mai pensato che il modesto libriccino scritto da un ex-presidente che sará nei libri di storia solo nelle tavole cronologiche, potesse suscitare tante polemiche. Esse costituiscono per me una grave tentazione proprio nei campi nei quali sono piú debole: la vanitá , l’orgoglio, la presunzione, facendomi credere di «essere stato» o di «essere ancora qualcuno». Rispondo in un’unica lettera, a chi le ha scritto per contestare le affermazioni da me fatte e contenute nella bella intervista di Aldo Cazzullo e nella mia successiva lettera di precisazione e integrazione.
Rispondo prima di tutto a Donna Letizia, a Donna Bianca e a Donna Maria Berlinguer, con tutta la trepidazione che mi deriva dal non far parte della nobiltá sarda d’origine catalana, ma da parte paterna soltanto da un famiglia di pastori, e da parte materna dalla piccola borghesia commerciale sassarese approdata solo al termine alla piccola libera professione: un abisso di rango e di prestigio che solo la bellezza di zia Maria Loriga indusse un giovine di quella casata, bello, intelligente, affascinante a mischiare il suo sangue blu con il plebeo sangue rossissimo dei Zanfarino-Loriga!
Quello che piú mi dispiace è che, invece di scrivere una pubblica e non veritiera lettera su avvenimenti che mi hanno profondamente segnato, Donna Bianca non mi abbia chiamato al telefono, come aveva fatto giá due volte: la prima per dirmi che non mi avrebbe piú fatto entrare in casa sua se mi avesse sentito ripetere che ero amico (il che è vero, e lo sono tutt’ora!) di «quel mascalzone di Armando Cossutta»!
La seconda volta mi chiamó per chiedermi di «difendere la famiglia» da quello che lei riteneva una ingiusta profonda critica della figura del padre contenuta nel libro scritta su di lui da un certo Pons, borghese «chic» ma non aristocratico, credo vicepresidente della Fondazione Gramsci. Hanno poi provveduto i Democratici di Sinistra a togliere Enrico dal loro Pantheon, sostituendolo con Kennedy, Clinton e Don Milani. E io lo feci, per obbedienza di «inferiore» a «superiora» (dopo tutto lei è: «Donna», mentre io sono al massimo «babbai»!), ma anche per convinzione, con un articolo molto duro sul “Riformista”.
Ma per venire ai fatti: io raccontai tutto all’on. Berlinguer, forse anche perché cugino, dimenticandomi che era comunista e che un comunista, come egli disse a Giulio Andreotti che intercedeva presso di me, «con i parenti si mangia l’agnello, la politica è un’altra cosa!». Non appena la notizia della bella impresa del giudice Caselli, («sotto la bianca chioma, nulla!», come lo chiamavano i suoi colleghi di Torino), il «persecutore» di Giulio Andreotti, fu nota, Antonio Tató, il portavoce dell’on. Berlinguer, mi disse che si trattava di una «provocazione terrorista»: e Antonio nulla diceva e faceva se non per mandato del suo «Capo», salvo, a sentire Donna Bianca, quando si recó da Armando Cossutta a chiedergli di adoperarsi per trovare dal Pcus finanziamenti per Paese Sera, anche se ufficialmente i rapporti di finanziamento tra il Pci e la centrale sovietica erano stati interrotti per volontá e decisione (?) dell’on. Berlinguer! Ma poi l’on. Berlinguer ci ripensó, e dato che io ero presidente del Consiglio dei mini-stri, e comprese che se io fossi stato incriminato, il governo sarebbe caduto e sarebbe stata interrotta la marcia del Psi di Craxi verso il potere.
L’on. Berlinguer era un vero comunista da Terza Internazionale: disprezzava i socialisti e considerava Bettino Craxi un pericolo «morale e politico» per le istituzioni e per la vita del Paese, come mi disse quando volle incontrare me, allora presidente del Senato, alle tre di pomeriggio a Palazzo Giustiniani, accompagnato dal suo fido Antonio Tató, per chiedermi di «fare qualcosa contro»: ci pensarono poi la «magistratura militante» e gli americani. Egli tardivamente convinse poi a questa tesi il giovane Bobo Craxi, che nulla poté fare contro il padre vivo, ma molto fece e fa contro il padre morto. Non comprendo la reazione dei nobili Berlinguer! Nulla io ho detto contro il Padre.
L’on. Enrico Berlinguer o, se esse preferiscono, Don Enrico Berlinguer, cavaliere ereditario con diritto al trattamento di «Don», patrizio sardo e catalano e generoso, era marxista-leninista. E la filosofia e l’etica del marxismo-leninismo sono la filosofia e l’etica non piú dell’essere o del fatto, ma del fattibile. Alessandro Natta mi raccontó come era andata nella segreteria quando Don Enrico Berlinguer portó la questione del mio impeachment, lui, Natta, mi difese, mettendo in guardia dall’ilaritá che avrebbe sollevato il formulare l’accusa che «Kossiga» con la k, l’«Assassigo», il «Kossiga boia» fosse complice di un terrorista. Quando Don Enrico disse che io avevo almeno una «responsabilitá oggettiva», Ingrao insorse contro questa «enormitá ».
E Giancarlo Paietta, che mi era amico, disse: «Non so che cosa di preciso Cossiga abbia detto a Carlo Donat-Cattin, ma di una cosa sono certo: che non gli ha detto niente di meno o di piú di quello che avrebbe detto a un membro di questa segreteria che si fosse trovato nella stessa situazione». Non chiamo a mia difesa il fatto che poi Don Enrico appoggió la mia elezione a presidente del Senato, non significa «ripensamento» o «pentimento», perché sulla base dell’assioma marxista-leninista (comune al giacobinismo e al nazionalsocialismo): «non è giusto quel che è giusto, ma quel che è utile», pur di sbarrare la strada alla rielezione di Amintore Fanfani, si poteva anche eleggere me! E cosi termina «la cobula sassarese» della mia parentela con la nobile schiatta sardo-catalana dei signori Berlinguer. E poi certi parenti, alla resa dei conti, meglio perderli che tenerseli!
Al tristo e triste signor Maddalena, che crede di essere «l’unto del Signore», e il simpatico Laudi (mi ricordo i vertici della Corte di Cassazione che quando sedevamo in Consiglio Superiore della Magistratura mi dicevano: «E’ un comunista infiltrato in Magistratura Indipendente!». Ed io risposi: «Ah, è comunista? A me va bene, perché vuol dire che è una persona seria!») voglio far notare due cose: chi mi disse che era molto probabile che la magistratura avesse aperto una «trappola» a Carlo Donat Cattin e a me, fu il generale Carlo Alberto Della Chiesa che si era riservato di meglio accertare il fatto; ma poi egli fu assassinato dalla mafia, mentre il «menestrello dell’Antimafia », il dott. Caselli, è vivo!
E meno male che si è riusciti a evitare che diventasse Capo della Direzione Antimafia, il posto nel quale lui e i suoi «amichetti» impedirono andasse l’amico Falcone. Proprio in questi giorni ho riletto con disgusto e rabbia il verbale della seduta del Consiglio superiore della magistratura nel quale Giovanni fu tragicamente umiliato. E poi: «La magistratura non fa queste cose!». Sono nella vita delle istituzioni dal 1958: e ho visto fare alla magistratura cose peggiori di queste, anche in combutta con me, ministro dell’Interno!.
Non intendo sprecare tempo con il senatore Della Chiesa. Premetto che ho sempre considerato lo «scandalo P2» una «bufala», e forse anche il risultato di una abile azione di «disinformazione» dei servizi di intelligence dell’Est, e che non mi scandalizzerebbe il fatto che Carlo Alberto fosse ascritto alla Loggia P2, dato che anche il padre e il fratello erano entrambi massoni, come un tempo la maggior parte dei generali dei carabinieri lo erano, lo invito a leggere la relazione della Commissione d’inchiesta sulla P2 e, se gliene danno copia, la relazione segreta della commissione interna d’inchiesta del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. E con questa mia lettera pongo fine alla incomprensibile querelle!
P.S. Delle critiche formulate dalle Nobili Donne Berlinguer e di quelle della lobby giudiziaria non m’importa un bel nulla! Mi è molto dispiaciuta invece la critica svolta sulla Stampa contro il nostro libro dal prof. Vassalli, giá ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, verso il quale ho nutrito, nutro e nutriró sempre una profonda ammirazione e rispetto.