Avvenire
di Vincenzo R. Spagnolo
L’ultimo allarme l’aveva lanciato un anno fa un rapporto del Bnd, il servizio d’intelligence tedesco, pubblicato dal Berliner Zeitung, segnalando che in Germania, le ‘ndrine calabre se la spassavano: dal traffico di droga, ad attività commerciali nell’Est, fino all’acquisto alla Borsa di Francoforte di pacchetti azionari del colosso energetico russo Gazprom. E quelle “basi estere” sono ottimi rifugi per latitanti, come sa bene la Catturandi della squadra mobile reggina, che più di un boss è andato a cercarselo in Spagna, Costa azzurra o Canada.
L’ascesa in silenzio
Sarà stato quel nome difficile da pronunciare o l’accortezza dei capi-‘ndrina, ma per decenni , la ‘ndrangheta è stata relegata dagli analisti a fenomeno criminale regionale. La mafia dei sequestri di persona, si diceva: contadini con coppola e lupara fermi ai loro riti brutali, alle falde dell’Aspromonte. Eppure basta leggere le analisi della Direzione centrale antidroga (Dcsa), della Dia, del Ros, dello Sco e dello Scico, per capire che già negli anni Ottanta, mentre Cosa nostra riempiva le cronache, in silenzio le ‘ndrine, indirizzate da capifamiglia della Locride e della Piana, usavano il denaro dei riscatti per infiltrarsi nel tessuto sociale in Italia, spalleggiate da amministratori conniventi e massoneria deviata, e per lanciarsi nel mercato mondiale nella cocaina, stringendo legami coi cartelli sudamericani.
La mafia «glocal»
Pochi pentiti, per via dei vincoli familiari, e poco rumore. Lavorando “sott’acqua” e sopravvivendo a due cruente guerre interne negli anni Ottanta, le cosche calabre seppero intessere una ragnatela che ha imbrigliato pian piano la Calabria: 155 cosche accertate, con un totale di 6mila picciotti. Poi l’Italia: «dal Lazio alla Val D’Aosta, dal Piemonte alla Liguria, dall’Emilia all’Abruzzo, si fa prima a dire dove non c’è», ironizza un investigatore. E quindi il mondo, con filiali piazzate, come bandierine, ai quattro angoli del pianeta: in Usa e Canada, col “Siderno Group”; in Australia, da Sidney a Melbourne; in tutto il Nord Europa; in Bulgaria, Albania, Turchia, Montenegro; in Perù, Argentina (dove i boss hanno latifondi nella verdissima pampa), Bolivia e Colombia, coi rapporti con cartelli dei narcos, guerriglieri delle Farc e paramilitari delle Autodefensas unidas de Colombia (Auc).
«È una mafia glocal – spiegò ad Avvenire il magistrato della Dna Emilio Ledonne -. Impongono il pizzo nel loro comune calabro, ma insieme importano droga e armi da mezzo mondo». Traffici lucrosi che passano anche fra i milioni di container in transito nel porto di Gioia Tauro. E poi ci sono gli appalti. Un fatturato criminale enorme e difficile da accertare, ma stimato in 36 miliardi di euro l’anno.